Perfect Days di Wim Wenders, la recensione

di Mirta Tealdi

Vincitore della Palma d’oro per il migliore attore (Kôji Yakusho) all’ultimo Festival di Cannes, Perfect Days è il nuovo film di Wim Wenders. Hirayama (Kôji Yakusho) è un uomo di mezza età, dallo sguardo intenso e dolce e dai sorrisi che fioriscono improvvisamente, sembra felice della sua vita ripetitiva e semplice. I ritmi scanditi dalla sua attività: si sveglia, si lava, si mette la tuta da lavoro con su scritto The Tokyo Toilet (sì, perché Hirayama come lavoro pulisce i bagni pubblici), poi annaffia delicatamente, irrorandole con un nebulizzatore, le diverse piantine che conserva in piccoli vasetti nella stanzetta adiacente alla sua modesta camera. Un luogo frugale negli arredi ma dove non mancano i libri (Faulkner, Highsmith…): perfettamente ordinati in una bassa libreria, e il lettore di musicassette per la sua vasta collezione di pop, rock, e soul degli anni ’60 -’70.

Esce di casa, guarda verso il grande albero che si staglia contro il cielo e sorride felice alla natura e alla sua maestosità; prende una lattina di caffè freddo dalla macchinetta a pagamento davanti casa e sale sul suo pulmino in direzione del lavoro. E’ qui che lo spirito itinerante dell’occhio di Wenders parte in picchiata con suggestive panoramiche, seguendo il percorso del mezzo sulla grande arteria che circonda la metropoli, alternandole alle inquadrature di Hirayama dentro l’abitacolo che come ogni mattina mette una delle sue musicassette e si abbandona alle note intramontabili di Lou Reed, Patty Smith, Van Morrison…

Hirayama è abituato a fare a meno del superfluo (moderno marxista, dignitoso, pacifico e apparentemente sereno) rinunciando addirittura alla parola, nella prima ora infatti non pronuncia verbo, si fa capire con gli sguardi e i gesti, tanto da farci immaginare di esser muto e invece tiene le parole gelosamente custodite come perle preziose da offrire a chi ne meriti veramente il dispendio.

Il ritmo uguale delle sue giornate di lavoro viene intervallato da alcuni personaggi che entrano nella sua vita come meteore più o meno lente o veloci a seconda della loro importanza. E allora se Hirayama è il punto fermo, il pianeta (per attivare la metafora naturalistica su cui molta parte del film si poggia), la rivoluzione dei personaggi/pianeti attratti dalla sua orbita, risulta per lui in alcuni casi breve e superficiale, come quella del suo collega, il giovane Takashi (il bravo Tokio Emoto) che rappresenta l’irruzione dell’irrazionale in un mondo illusoriamente regolato e prevedibile, dinoccolato e inaffidabile, scoordinato sia di movenze che di sinapsi, che poco ha voglia di lavorare e molto di fare tutt’altro.

L’orbita più significativa è quella con la nipote Niko (Arisa Nakano) che non vede da molto tempo e che scappata di casa si trasferisce nell’umile dimora dello zio per il tempo necessario a rinverdire un rapporto tanto tenero quanto significativo (ancora la metafora naturale quando condividono l’amore per gli alberi e la bellezza della natura di cui cercano di fissare la caducità intrappolandone le immagini con la fotografia). Poco o nulla è dato sapere della vita di Hirayama e quel poco è sufficiente ad attivare l’interesse dello spettatore, mentre il consumato mestiere di Wenders (e del suo cosceneggiatore Takuma Takasaki) tiene la rappresentazione nell’ombra del minimalismo, strizzando l’occhio (emozionato e devoto) al suo mentore e maestro Yasujirō Ozu.

Perfect Days è un film complesso e profondo inversamente proporzionale alla messinscena semplice ed essenziale. E’ palese quanto Wenders ami il Giappone, capace, con sensibilità, di raccontare lo spirito e l’anima di un popolo, così come la storia singola di Hirayama la cui “leggerezza” è figlia di un tumulto interiore addomesticato e custodito nelle profondità dell’animo. Ed è dentro gli occhi teneri ed emozionati di Kôji Yakusho che infine ci specchiamo nell’inquadratura finale.

Un meritato premio, la Palma d’oro, alla bravura dell’attore che riesce a distillare in un’unica sequenza tutta l’essenza del suo personaggio attraverso lo sguardo trasognato e dolcissimo di Hirayama (quasi una maschera della tradizione teatrale napoletana, capace di passare dal riso al pianto con una gradualità e una temperatura emotiva commoventi).

In sottofondo le struggenti note di Nina Simone e della sua Feeling Good.

Voto: 3/4