Povere creature!, la recensione del film di Yorgos Lanthimos

A cura di Francesco Pozzo


Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

(Pier Paolo Pasolini)


Vidi il mio primo film di Yorgos Lanthimos nell’ormai lontano 2009. Il titolo era Kynodontas (uscito in Italia, molti anni dopo, come coronamento-contentino del successo mondiale del nostro, con il suo titolo anglofono: Dogtooth), e fui sedotto immediatamente. Mi parve a tutti gli effetti un fulgido esempio di cinema della crudeltà: motivo di solluchero per un ragazzetto solitario cresciuto adorando il cinema di Fassbinder, Ōshima e di tutti coloro che investigavano la crudeltà dei rapporti e dei recessi dell’umana natura senza retrocedere davanti a nulla. Indi, corsi a recuperarmi tutti i titoli precedenti. Famelicamente. Ma rimasi (e lo confermo tutt’oggi) parzialmente deluso; mi parvero film che, a differenza di quel primo, folgorante gioiello scoperto un pomeriggio d’una torrida estate italiana, giravano un po’ a vuoto per il mero gusto di scioccare, senza avere poi troppo da dire. Allora, retrospettivamente, quel Dogtooth mi parve il segno di un’evidente e assai promettente maturazione.

Due anni dopo, ecco arrivare Alps, presentato in concorso a Venezia: opera ancora più algida (troppo) e sgradevole, arroccata su sé stessa, vanamente impervia, che rigettai e rigetto. Mi fu abbastanza chiaro, in quel momento, che il mio rapporto con questo greco talentuoso e a tratti genialoide era piuttosto imprevedibile (il che costituiva in sé una ragione d’interesse). Poi, la svolta con il primo film americano: The Lobster. Che non mi piacque, ma che rivisto oggi trovo bellissimo e affascinante nel suo surrealismo esilarante, tragico, palpitante di emozioni autentiche (capita che film che ci lasciano estranei o scettici ci conquistino anni dopo, sedimentati, in momenti diversi delle nostre vite, quando il nostro sguardo è mutato di pari passo ai nostri percorsi).

Successivamente girò il suo film più bello e interessante, almeno fino a ieri: Il sacrificio del cervo sacro, glaciale e solenne manuale di brutalità anestetizzata che facendo tesoro di Teorema, Funny Games e molto altro distruggeva la famiglia borghese con rarissima acredine e veemenza, metaforizzando il tutto attraverso il canovaccio della tragedia greca (a leggere su carta, a riprova del fatto che il cinema non è di chi lo scrive, ma di chi lo mette in scena, ci avrei scommesso poco).

Nel 2018 è invece la volta de La Favorita, un bel film perfettamente imbastito, fotografato, recitato e confezionato, ma un Lanthimos addomesticato, quasi imbellettato, che conserva i suoi tratti distintivi cedendo forse alla semplificazione intrinseca al compromesso hollywoodiano. Il che desta sospetti: sarà mica che il buon Yorgos, come accade ahimè sempre più spesso, si sia venduto alle malie del tanto famigerato mainstream?

Occorreva questa nuova pellicola (perché sì: Lanthimos è uno dei pochi a girare ancora in pellicola: e che rigogliosa, opulenta meraviglia), liberamente tratta dal pilastro letterario di Alasdair Gray (che traspone, arricchisce e sublima con esemplare acribia), per dimostrare l’esatto opposto, liberando il campo da ogni (legittimo) dubbio residuo.

Povere creature! è per me il capolavoro di Yorgos Lanthimos: il suo film più bello, elettrizzante, spiazzante, stimolante, genuino, travolgente. Sintetizzando, si potrebbe dire che se il romanzo gotico avesse potuto essere porco, sporco e cattivo, sarebbe stato esattamente così: un Frankenstein declinato al femminile, una Barbie svezzata e deprivata d’ogni freno inibitore e smaniosa di sesso, trasgressione, avventura, vita. In una sola parola: di liberazione. Termine tanto attuale quanto di rado sondato così a fondo e con così brillante cognizione di causa. Una riflessione sull’oggi, e quindi sulla nostra società, attraverso un ragionamento molto puntuale e mordace su quella di ieri, filtrato dagli occhi azzurri di una bimba con un corpo di donna e il cervello di un neonato (il suo: capirete) affamata e mai sazia di gioia, apprendimento, esperienza, conoscenza, calata nella grottesca farsa della vita e dei suoi incomprensibili rituali conformistici.

Uno sguardo, dunque, sulla società vittoriana. Difatti, con quella letteratura, Povere creature! condivide l’essenza complessa e tutta l’ambigua, magmatica densità, trasfigurata mediante un estro immaginifico che arde e deflagra animalescamente in un carnevale di sperimentazioni ardite e figurazioni dissacranti, malizia e mostruosità, trasformazioni, deformazioni, umorismo macabro o stridente, bianco e nero, colore, prospettive stravolte, fisheye, bizzarrie d’ogni tipo, trionfo dell’immaginazione più visionaria, acidula, perturbante, dissonante (un plauso alla soundtrack di Jerskin Fendrix: splendida), scenografie e sfondi fluorescenti a metà strada fra i fondali aranciati di Querelle (si torna sempre a Fassbinder: notare anche, quasi a confermalo, la magnifica apparizione di Hanna Schygulla) e l’artificiosità colorata di set e purpurei crepuscoli felliniani ora inevitabilmente e accortamente digitalizzati (E la nave va, o Il Casanova: anche lì, una bambola quasi umana…), architetture che s’intrecciano ai corpi, corpi che s’intrecciano alle architetture, bildungsroman, Pinocchio, Ibsen, Metropolis, Bacon, Ernst, racconto epico di liberazione sessuale e intellettuale con un lavoro su plasticità e fisionomie degli attori (Willem Dafoe!) geniale e ben al di là di ogni premio e discorso futile.

Emma Stone, che si libra iperattiva esprimendosi teneramente a fonemi e balbettii fino ad assumere pian piano atteggiamenti, movenze e sentire di un essere umano, lascia a bocca aperta in ogni istante, ad ogni trovata, ad ogni orgasmo, ad ogni sussulto: ad ogni sfumatura impercettibile del volto. Una performer di geniale, sperticata fantasia. In più – e questa può apparire una novità, se pensiamo a quanto Lanthimos sia stato fino ad oggi cinico, spietato o pessimista: tratti che non ha affatto prostituito, beninteso -, questo è un film pieno zeppo di amore (che meraviglia, il complicato e toccante rapporto tra Bella e God) e aperto alla vita, in cui s’intravede ben più di uno spiraglio di speranza nel futuro: e che fa uscire appagati, felici, rigenerati: rincuorati dalla consapevolezza – pur periclitante – che esiste ancora qualcuno capace di far cinema con un linguaggio presumibilmente adatto a tutti (eccetto le signore pruriginose della domenica, si presume) e di farci ragionare con intelligenza su chi siamo e dove stiamo andando, smontando i pregiudizi di ora e di allora al di fuori di mode, ipocrisie, contenuti e trend inutili che nulla hanno a che vedere con il cinema e con l’arte. Forma e contenuto, alto e basso, interiora e scalpettes. Bella nel Paese delle Meraviglie. È questa la vera Barbie. Viva Yorgos Lanthimos.

Voto: 4/4