Primetime di Lance Oppenheim, la recensione

di Giulia Pugliese

“Bigger than Lost”


Primetime descrive i suoi intenti già dai suoi primi minuti, al centro infatti non c’è il conduttore del format To Catch a Predator, Chris Hansen, ma il vero protagonista del film è il programma televisivo stesso, che viene vivisezionato nelle sue parti dal punto di vista del conduttore, della produttrice esecutiva, degli attori e dell’accusato. Il film lavora soprattutto sull’immagine, riproducendo la granatura dei programmi televisivi dei tempi, le varie inquadrature e la messa in scena televisiva. To Catch a Predator è un prodotto televisivo della NBC che è stato fortemente contestato ed è uno degli esempi più chiari per capire quanto il mezzo televisivo, e forse anche il cinema, non possano più vivere di finzione. Lo spettatore vuole di più, ricerca il vero, l’umiliazione, vuole sentirsi migliore, giudicare gli altri ed ergersi a giudice. Proprio per questo il programma funziona: cosa può esistere di meglio che la cattura dei pedofili in prima serata?

Anche se il film si concentra sul format, questo non può non esimersi dal parlare del padre e della madre di questo: Chris Hansen, ex giornalista estero che ha affermato di aver vinto un Emmy per un’inchiesta sul lavoro minorile in India, e la produttrice televisiva Andie Bender, interpretata da Merritt Wever, che aveva già lavorato con lui nel suo programma precedente Dateline, che si descrive come una professionista che non è attratta dai programmi che mettono in scena il marcio e il cupo delle persone. Si sofferma maggiormente su Chris Hansen, interpretato da un bravo Robert Pattinson, che è ormai imbrigliato nei ruoli narcisistici, del megalomane e anche ingenuamente crudele. Chris Hansen racconta alla moglie bugie, ma dice di non aver mai smesso di amarla anche se ha un’amante, spinge i suoi collaboratori a impegnarsi, li sprona a cercare storie sempre più perverse, strane e con persone che ricoprono ruoli sociali apicali. Lo vediamo convincere l’attore che deve recitare il ruolo dell’esca affermando che il suo sarebbe il ruolo del supereroe, lo vediamo gioire quando il programma viene spostato in prima serata a competere con Lost, lo vediamo inchiodare i pedofili uno dopo l’altro recitando con enfasi le loro chat e spiega durante il film perché è così ossessionato dai pedofili. Tuttavia quello che vediamo appare parziale e dopato, Chris Hansen considera se stesso un giornalista d’inchiesta, invidia il suo collega che si occupa del reportage sulla cattura di Saddam Hussein e per lui la messa in onda dell’arresto di un pedofilo è come prendere un dittatore o un criminale di guerra. Chris Hansen non appare diverso da Gordon Gekko di Wall Street o dal politico de Le idi di marzo, uomini cisgender, bianchi e di potere che fanno quello che vogliono.

Con grevità il film cavalca proprio quello che condanna, il bigottismo americano e la pruriginosità del sesso, senza considerare la sfera delle fantasie in quanto tali. Vengono giudicati giustamente gli uomini adulti che scrivono ai minori, ma allo stesso tempo giudichiamo il giornalista perché ha un’amante giovane, come se creare e condurre un format che condanna i pedofili lo rendesse immune da certe cose e avesse maggiore moralità. Il film non tocca le implicazioni morali della vicenda, non si interroga nemmeno su cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma immortala un affresco, anche molto cinefilo, con varie citazioni da Bergman all’horror nelle scene finali, di personaggi, Hansen per primo, che hanno perso la rotta, facendo un paragone con il mondo televisivo e anche cinematografico. Rimane sui contenuti scandalistici, non riesce a imbastire nessuna riflessione sul bigottismo, la colpa, la giustizia sommaria, lo spingersi oltre del mezzo televisivo, mettendo sempre al centro l’immagine e soprattutto il package A24, di cui si porta tutti gli archetipi. Il posizionamento della casa di produzione, che doveva giovare all’industria indipendente americana, portando novità, freschezza, ardire, nuovi temi e sperimentazione, è ormai diventato un’etichetta per alcuni prodotti, che sembrano tutti uguali, sempre più legati a un certo tipo di immagine, di creazione cinematografica e sempre meno coraggiosi come Primetime. Più che mai qui, il concept dopato e il fascino malato del non narrabile diventano tutto, il contenuto è nulla.

Voto: ★★/☆☆☆☆