Priscilla di Sofia Coppola, la recensione

“Il mio posto è qui affianco al Re…” Marie Antoniette (2006)

A 20 anni dall’arrivo in sala di Lost in Traslation e dopo il molto sottotono On the Rocks del 2020, Sofia Coppola torna a Venezia con una storia al femminile sull’ex moglie di Elvis Presley: Priscilla.
Il film, che prende spunto dal libro Elvis and Me scritto dalla stessa Priscilla, più che narrare di lei parla soprattutto della sua relazione con il re del rock, seguendo in maniera pedissequa tutti i momenti salienti della loro relazione: il loro incontro, il trasferimento di Priscilla a Graceland, il matrimonio e la nascita della loro figlia, Lisa Marie. Ma anche gli aspetti più turbolenti: le litigate, l’abuso di pillole e i tradimenti. Il film si inoltra così tanto nella loro relazione per finire a parlare anche della loro vita sessuale in maniera morbosa e di cattivo gusto.

Nella prima parte e soprattutto nei titoli di testa del film ritroviamo la Sofia Coppola che conosciamo con il suo stile preciso, poi il suo modo di girare si perde in funzione della storia, questo fa sì che la regia del film si banalizzi. Il film comunque mantiene una certa coolness tipica dei film della Coppola, specie nelle scene girate a Las Vegas, dove i due sembrano una coppia di moderni divi.

Il film risulta veramente molto di parte e fa apparire Elvis come un adolescente del Tennessee, zotico, distruttivo con quello che gli sta intorno e con se stesso, marito abusante, fedifrago, consumatore di pillole e incapace di prendere in mano la sua carriera da solo, totalmente sottomesso al suo manager e alla sua famiglia.

Priscilla non tiene conto dell’importanza di Elvis nel mondo della musica: il primo a mescolare generi musicali dei bianchi e degli afroamericani; il primo divo della storia, in un mondo dove ancora non esisteva la pressione mediatica e il divismo; un uomo che comunque si è espresso sempre contro la segregazione razziale degli Stati Uniti. Un uomo che era spesso vittima di se stesso, di una famiglia e di un manager che gli stava col fiato sul collo, che si è battuto per la sua relazione con Priscilla anche se questa dal punto di vista della sua immagine non giovava affatto per la differenza d’età e per il fatto che lei non fosse famosa.

La scena in cui Elvis proibisce a Priscilla di andare a lavorare, che tanto ci scandalizza adesso, non tiene conto che erano gli anni ’50 e dell’attenzione che c’era su di lui e tutto quello che lo riguardava, infatti non erano molti uomini, anche qualunque, che lasciavano andare a lavorare le mogli, specie se non c’erano problemi economici.

Il film quindi risulta di parte e non dà alcun spessore al personaggio di Elvis: è giusto infatti parlare degli abusi e delle angherie, ma il guardarlo con più indulgenza e investigare meglio la sua psicologia avrebbe aiutato anche a esprimere meglio il rapporto con Priscilla. Elvis rimane invece una macchietta, un adolescente viziato che si diverte a far casino con i suoi amici dei Memphis Mafia, che ricordano tanto i mafiosi dei film del padre di Sofia.

Neppure l’interpretazione di Jacob Elordi, che avrebbe dovuto farsi aiutare dalla sua esperienza in Euphoria, dove faceva il bello e dannato, anche lui abusante nei confronti della sua fidanzata, riesce nella creazione del personaggio e l’attore si fa risucchiare dall’icona di Elvis per quanto l’attore sia adatto al ruolo, specie per la voce che ricorda quella dell’artista.

Distruggere o mettere il discussione il mito di Presley non ha comunque messo in luce il personaggio di Priscilla, in quanto appunto il film parla molto del suo rapporto con Elvis e quasi per nulla di lei, che sembra sempre in balia degli eventi, perennemente succube del marito, senza reale spessore psicologico e personalità. Emerge il personaggio di una sposa e madre bambina, la cui personalità, ma anche la comprensione degli eventi che ha vissuto non appare ben chiara. Anche se il personaggio ha una crescita e in un paio di momenti del film riesce a imporre le sue decisioni, il film non offre una reale indagine psicologica, umana.

Non percepiamo una crescita o un reale cambiamento nel personaggio di Priscilla, tanto che il finale stupisce e sembra voler repentinamente chiudere la storia, e la ottima interpretazione di Cailee Spaeny, vincitrice della Coppa Volpi, viene fondamentalmente sprecata.

Purtroppo il film rimane superficiale sia nel rapporto dei due protagonisti, non facendo cogliere il rapporto speciale tra i due, che nello scavo psicologico dei personaggi. Ci sono numerosissimi spunti interessanti che vengono sono accennati: il rapporto tra Priscilla e genitori, i tempi che cambiano, il rapporto tra Elvis e la musica, l’abuso di pillole, la sua fase ultracattolica, il rapporto con il suo manager “il Colonnello”, ma tutto rimane in superficie.

La superficialità con cui vengono trattati temi evidentemente complessi come una relazione d’amore umana tra una ragazza così giovane e un grande divo, fa sì che non si riesca a capire il reale intento del film: non è un film su Priscilla perché oggettivamente si parla solo del suo rapporto con Elvis Presley; non vuole avere una funzione documentaristica perché non narra solo i fatti, ma si schiera con una parte; il film rimane esterno anche al contesto storico e alle fasi musicali di Elvis.

Se la volontà era di raccontare una storia di empowerment femminile, di una donna che si riprende la sua liberta perché capisce che sta vivendo una relazione “tossica”, la cosa desta del dubbio, in quanto in effetti Priscilla Beaulieu (il suo cognome da nubile) riesce a far parlare di sé solo tirando in ballo il suo rapporto con Elvis, la sua carriera di attrice non è mai decollata, la si ricorda solo in Una pallottola spuntata e ancora oggi ritorna sotto i riflettori solo parlando del suo rapporto con il suo ex marito. Il problema del film sta proprio in questa mancanza di sincerità: Priscilla non si è mai realmente affrancata dal personaggio di Elvis, anche se ha divorziato dall’uomo.

Sofia Coppola, che ha sempre avuto una chiara visione estetica, qui la mette da parte per dare spazio alla storia, facendo sì che si perda il suo stile. Il film infatti risulta uno dei meno forti visivamente, eppure il potenziale per farci rivivere un secondo Marie Antoniette: c’era, la storia, il personaggio di Elvis e il susseguirsi delle epoche permettevano di giocare con la creazione di un immaginario visivo. Quello che sinceramente ci si augura è che Sofia Coppola riesca a trovare altre storie che mettono in luce il suo talento come aveva fatto con Il giardino delle vergini suicide, il sopra citato Lost in Traslation o, anche se meno bello, Somewhere. Sembra infatti che la regista negli anni si sia persa, lei che è sempre stata in grado di mettere al centro i rapporti umani qui non riesce a farlo e il film risulta poco centrato.

Voto: 2/4