QUALCOSA NELL’ARIA di Olivier Assayas (2012)

A due anni dal pluripremiato Carlos, imponente miniserie sulla figura del noto terrorista e mercenario degli anni 70, il francese Olivier Assayas torna a confrontarsi con la Storia, affrontando un’epoca cruciale che il grande schermo ha più volte rappresentato, pur se non sempre con risultati eccelsi. Qualcosa nell’aria racconta il post-sessantotto: un ritratto di ciò che accadde “dopo il maggio francese” (decisamente più calzante il titolo orginale francese Après Mai), con tutte le inquietudini, la rabbia e le crisi dei giovani figli della rivoluzione.

Al centro del film, un gruppo di liceali attivisti di sinistra nei primi anni 70, ritratti nel loro viaggio di formazione che passa attraverso l’ostinazione della lotta studentesca radicale, i primi amori, le aspirazioni creative personali. In particolare, lo sguardo del regista si riflette in quello del giovane Gilles (Clément Métayer), studente sensibile e irrequieto, anima pura in cui convivono il profondo e sincero impegno politico e il desiderio di dedicarsi all’arte.

Il film è stato una delle più piacevoli sorprese alla Mostra del cinema di Venezia 2012, dove ha conquistato un meritato premio alla Miglior Sceneggiatura, e nasce come il seguito ideale di un film precedente dello stesso regista, L’eau froide (1994), che già raccontava gli anni 70 con spunti autobiografici. Se pensiamo a come il cinema recente ha ricostruito le istanze sessantottine, è scontato confrontare il film con il nostro Il grande sogno, firmato da Michele Placido nel 2009. Un paragone che si risolve con una netta vittoria francese: quanto la pellicola italiana, pur ambiziosa, risultava banale e poco riuscita, tanto il film di Assayas funziona e coinvolge. Merito di una regia essenziale ma efficace nel rappresentare tutti gli aspetti socioculturali dell’epoca, dalla contrapposizione destra-sinistra alla scelta della violenza, dal movimento hippie alla cultura rock (splendidamente aderente la colonna sonora con nomi come Soft Machine, Nick Drake, Syd Barrett), senza mai scadere nello stereotipo e riuscendo così a restituire una fotografia sincera del momento storico. E merito anche di un cast di giovani volti freschi e veri, tutti esordienti – eccetto Lola Créton, vista anche in Un amore di gioventù – che il regista ha preso addirittura dalla strada o su Internet.

Altro punto in favore del film è poi l’interessante discorso sul cinema e su come il linguaggio delle arti dovesse (debba?) adeguarsi ai cambiamenti sociali, alla comunicazione di un’ideologia, alle spinte della modernità. Per quanto le storie di questi ragazzi possano oggi apparire anacronistiche, non c’è nulla di datato: pur non privo di difetti (in particolare, forse l’eccessiva lunghezza), l’opera di Assayas è finalmente il ritratto totale di un’era irripetibile, un affresco completo e complesso, non solo per francesi (interessanti le sequenze ambientate in Italia) e non solo per nostalgici, della generazione che – anche se è fuori moda dirlo – ha cambiato il mondo.

 

Voto: 3,5/4