Questo mondo non mi renderà cattivo, la recensione della serie di Zerocalcare

 

Su Netflix

Questa serie ci renderà buoni ed equanimi e metterà tutti d’accordo sul talento di Zerocalcare? La risposta è no, perché il fumettista di Rebibbia, con il suo secondo prodotto seriale Netflix Questo mondo non mi renderà cattivo, ha creato qualcosa destinato a essere divisivo e, insieme, paradossale. Perché da una parte c’è il colosso dello streaming che dopo il successo della precedente Strappare lungo i bordi ha messo in cantiere un’operazione di marketing eccezionale, con tanto di anteprima a Roma davanti a un pubblico numeroso quanto quello di un concerto rock, in un vero e proprio parco tematico fatto di cartonati giganti che hanno ricreato l’universo di Zerocalcare e di questa serie in particolare.

Dall’altra, abbiamo invece un autore che ancora una volta non ha preso la strada più semplice e, pur restando nei suoi consueti territori (la periferia dell’immaginaria Tor Sta Ceppa come area di disagio e sopravvivenza, ma anche come forte simbolo di identità individuale e collettiva), ha fatto qualcosa di totalmente diverso da Strappare lungo i bordi. Se quest’ultimo era un lavoro fortemente intimista nato da una storia autobiografica (e comunque già di per sé lontano dalla prima esperienza di Zero con l’animazione, le strisce di Propaganda Live sul Covid), i sei episodi di Questo mondo non mi renderà cattivo (in realtà pensata e scritta prima della precedente) affrontano tematiche ben più rischiose e controverse, come la questione migranti, i problemi economici dei quartieri periferici di Roma, il razzismo, la tossicodipendenza, la presenza dell’estrema destra nella Capitale.

Perché Michele Rech, vero nome dietro lo pseudonimo che crea un’identificazione sempre più palese tra persona e personaggio, artista e protagonista, non ha mai nascosto la sua appartenenza politica (il mondo punk e anarchico dei centri sociali), facendo spesso del suo impegno la base della narrazione, come nel caso dei lavori a fumetti sui viaggi in Kurdistan. Eppure, probabilmente mai come in questa serie Zerocalcare ha mostrato le implicazioni più controverse di tale impegno: in Questo mondo non mi renderà cattivo la lotta contro i neonazisti comporta che lui, Secco – ancora una volta adorabile (anti)eroe naif – e gli altri amici arrivino allo scontro fisico da guerriglia urbana.

Insomma, l’artista romano non edulcora le proprie posizioni e continua a essere se stesso nonostante la fama nazionalpopolare su cui, anzi, scherza per l’intera serie. Ma al tempo stesso, nessuna convinzione è granitica e Questo mondo non mi renderà cattivo, che mette al centro il personaggio chiave, umanissimo e contraddittorio, dell’ex tossico Cesare, ha il grande pregio di non dare giudizi né condanne o assoluzioni, porsi continuamente delle domande e mostrare diversi punti di vista.

C’è poi il come tutto questo viene raccontato. C’è chi dice che in Questo mondo non mi renderà cattivo non si piange come in Strappare lungo i bordi. Di sicuro si ride tantissimo: il filtro della comicità, dall’iperbole al demenziale, dalla stilizzazione alla farsa, è la cifra stilistica con cui Zerocalcare riesce da sempre a rendere miracolosamente leggeri anche i contenuti più ostici o persino drammatici, a partire dagli spassosi intermezzi con l’Armadillo cui presta voce ancora Valerio Mastandrea (e c’è anche un altro doppiatore illustre nel cast: Silvio Orlando).

Cifra di cui fa parte anche il citazionismo, con un accumulo di battute, riferimenti, omaggi e parodie così denso che risulta persin difficile cogliere tutte le suggestioni verbali e visive: più che il tanto chiacchierato accento romanesco (anzi, sulla parlata di Zerocalcare tra il colto e il borgataro, tra il dialettale e il gergo giovanile, si potrebbe scrivere un trattato), è la velocità dei dialoghi a rendere la comprensione difficoltosa tanto che talvolta è necessario stoppare e riascoltare per non perdersi qualche pezzo.

Infine, la componente generazionale. Zerocalcare è la voce dei millennial, come sanno i suoi coetanei che da oltre dieci anni nelle sue opere ritrovano se stessi, le proprie difficoltà, paure e sensazioni.

Succede anche qui, tra le problematiche lavorative, le riflessioni post-ideologiche e i dubbi esistenziali di una generazione sospesa tra analogico e digitale, nostalgia e paura del futuro, crisi economica e sindrome di Peter Pan. Che si rivede nelle ansie di Zero (che non vengono meno neppure nella consapevolezza di “aver svoltato”), nelle frustrazioni di Sarah, nel nichilismo di Secco. E si abbevera a una colonna sonora che, oltre al sodale Giancane, spazia da Clash a Oasis, da Cure a 883, da Ricchi e poveri a The Connells.

Insomma, Questo mondo non mi renderà cattivo è la prova della maturità per Michele Rech: una serie che non piacerà a tutti, ma che per come sa bilanciare con intelligenza forma e contenuto, umorismo e dramma, animazione e realismo, è destinata a essere ricordata, soprattutto in un universo audiovisivo – quello delle piattaforme – che spesso ci propina contenuti poco coraggiosi e scritti in base ai tanto temuti algoritmi.

Nell’attesa del prossimo lavoro, forse dovremmo cominciare a interrogarci seriamente su un artista che sta cambiando in modo radicale il ruolo di fumetti e animazione nella cultura popolare italiana, oltre la nicchia del mondo nerd, oltre i pregiudizi e gli stereotipi, oltre i pronostici delle vendite. Il dubbio però è d’obbligo: ci saranno prima o poi altri come lui?

 Voto: 3/4