Racconto di due stagioni, la recensione del film di Nuri Bilge Ceylan

di Giulia Pugliese

“Ha salvato due mucche e poi ha sparato al mio cane”.

“E perché l’avrebbe fatto?”

“Non lo so, perché è un essere umano”

Nuri Bilge Ceylan è un autore raro che fa opere monumentali per il minutaggio e per i temi complessi, le dissertazioni che i personaggi fanno sul senso della vita ci toccano tutti da vicino e smuovono corde all’interno del nostro essere. Impossibile rimanere indifferente ai dolori e ai dubbi dei personaggi che mette in scena, spesso queste figure rappresentano qualcosa di più di loro stesse, sono degli archetipi, delle metafore o dei paradossi. Il regista ha sempre guardato con bonarietà i personaggi creati dalla sua mente: per quanto questi si illudano di verità impossibili come il procuratore di C’era una volta in Anatolia, o di essere migliori di quello che sono, come Aydin de Il regno d’inverno, c’era sempre una certa benevolenza negli occhi dell’autore che li aveva messi in scena e di riflesso anche da parte nostra, perché in fondo sappiamo che anche noi ci raccontiamo delle mezze verità. Persino quando ci presenta assassini, ubriaconi o giocatori incalliti, ci mostra sempre il loro lato più umano e a volte le persone ai margini della società sono migliori di quelle che stanno al vertice. 

In Racconto di due stagioni (che in originale ha il titolo più bello e poetico di About Dry Grasses), questa volta ci presenta un uomo per cui è difficile provare simpatia o empatia, un uomo pronto a fare di tutto per emergere e arrivare ai suoi interessi, un moderno Humbert Humbert di Lolita, un personaggio altrettanto spiacevole. Quindi ci chiediamo, il regista turco ha smesso di credere nell’umanità? 

Rimane anche in quest’opera la centralità della Turchia rurale, che in questo film emerge particolarmente, trasborda nella sua bellezza e nel suo vuoto, quelli dove i protagonisti si muovo sono enormi paesaggi incontaminati, in cui però non si respira né libertà, né il mito della frontiera da scoprire come nei Western e neanche il calore umano delle piccole comunità rurali: è solo un senso di vuoto che si sente per chilometri e chilometri e tormenta i suoi personaggi indecisi se andare o restare. La natura, che comunque per il regista ha grande valenza e importanza, non è più uno sfondo, come luogo, ma entra nella storia come comprimaria, con le foto del protagonista Samet che vengono affiancate dai volti degli abitanti del posto, come a sottolineare il legame tra le terra e chi ci vive. Il film usa la fotografia in un modo simile a quello visto su Civil War, immortala, ferma la bellezza dei paesaggi e dei volti della popolazione con l’idea di una forma di conservazione, di preservazione e di ricordo. 

Il film racconta la storia di Samet (Deniz Celiloğlu), un insegnante d’arte misantropo e scontento di praticare la professione in un piccolo paesino dell’est della Turchia, dove appunto ci sono solo due stagioni: l’inverno fatto di neve e freddo e l’estate, dove il caldo secca l’erba. La sua insoddisfazione lo porterà a investire delle aspettative e dell’affetto per la sua troppo giovane studentessa Sevim (Ece Bağcı), che verranno disattese e questo renderà Samet ancora più scontroso e misantropo. Il protagonista è quel tipo di persona che non vuole essere messo da parte, che non accetta di arrivare secondo o forse semplicemente non vuole la felicità degli altri, quindi quando il suo amico, collega e inquilino Kenan (Musab Ekici) inizia a provare un interesse ricambiato per la giovane Nuray (Merve Dizdar), che lo stesso Samet gli aveva presentato dicendogli che sarebbero stati bene assieme, lui saboterà la relazione. La rabbia del protagonista esplode quando Nuray si mette a fotografare Kenan e si concentra nella conversazione su di lui o quando un altro insegnante gli dice che le studentesse l’hanno messo in mezzo solo per attaccare Kenan. 

Sullo schermo viene presentato un personaggio abietto, egoista, incapace di schierarsi, criticante nei confronti di chi vuole migliorare le cose, squilibrato e con l’unica sicurezza di volere andare via, senza però sapere quale sarà il suo destino. Un uomo ostinatamente attaccato alla sua individualità, a cui viene contrapposta un donna, Nuray, forte, lottatrice e positiva, anche se manchevole ed in qualche maniera insicura per la perdita di una gamba in un incidente. Questa disabilità che negli aspetti pratici è così marginale perché Nuray fa comunque tutto, diventa una sorta di gabbia perché la incatena o per cui lei accetta di farsi incatenare alla vita familiare e in qualche maniera la porterà alle situazioni successive del film. 

Samet è un personaggio gretto e un vero villain, ma allo stesso tempo è accettato e quasi idealizzato dalla piccola comunità – quando ritorna dalle ferie, il custode della scuola gli dice: ”è tornato il re dei professori”- , manipolatorio nel giostrare le persone e le relazioni degli altri personaggi e incapace di provare un reale affetto o attaccamento per le persone, a parte per Sevim. Ci rimane il dubbio che la sua ampia considerazione di sé trovi una corrispondenza nel suo carisma e nel suo talento, anche perché vediamo le bellissime foto da lui scattate. Quindi Semet non è un mediocre come Humbert Humbert. 

Nel film abbiamo appunto un uomo che investe di aspettative in un rapporto con una ragazzina, fin troppo piccola per capire certe cose, viene considerata speciale e ricambiante i suoi sentimenti, proprio come la Dolores-Lolita di Vladmir Nabokov, di questa Semiv condivide l’età, la precocità e un sorta di seduttività che si manifesta nel finale. Tuttavia Semiv sembra più consapevole e furba di Lolita. Ma non è tanto la somiglianza di Semiv con Lolita, quanto gli investimenti di Samet su di lei e sui possibili sentimenti di lei, che avvicinano l’opera al libro e Samet a Humbert Humbert, con cui condivide l’ossessione per una ragazzina (senza però prenderne connotati sessuali), il trovarsi in una terra straniera e il senso di superiorità nei confronti degli altri. Per leggere il personaggio e la sua ossessione diventa quindi emblematica la scena finale nel ripostiglio della scuola. Non sappiamo se questo sentimento scaturisca dal desiderio di sentirsi meno solo o dalla ricerca di una forma d’amore fintamente pura. Il regista ci lascia nel mistero sulle motivazioni di questo sentimento, se l’affetto è ricambiato o se la ragazzina ha manipolato il professore e se tra loro sia successo qualcosa.

Racconto di due stagioni ci rimanda al grande regista iraniano Abbas Kiarostami, nel mettere in scena un professore incapace e disinteressato a capire i suoi alunni come in Dov’è la casa del mio amico?, manifestando la sua frustrazione dicendogli: “Sto tentando di mettere qualcosa di buono nei vostri piccoli cervelli, nessuno di voi diventerà mai un’artista. Ve ne starete qui a coltivare canna da zucchero o patate”. Ma il film porta echi del regista iraniano in più parti e soprattutto in una scena specifica, inaspettata per lo spettatore. 

Ne esce, come sempre nei film di Nuri Bilge Ceylan, una società frammentata, ipocrita (la sala insegnanti che serve più a spettegolare che a lavorare) e in cui vero e falso si intrecciano, senza far capire allo spettatore cosa sia vero e cosa sia falso, dove come ci dice Nuray “Le ore d’insegnamento, il tornare a casa, disegnare, aspettare il weekend, che senso ha?”, le persone si limitano a vivere e sopravvivere, rimanendo sempre, come dice lei, impigliate nelle ragnatele che si tessono da soli. Il regista ci racconta ancora una volta il nonsense della Turchia moderna, mettendo in scena una generazione di trentenni che vive male il posto fisso da insegnante, ma non riesce a trovare altre alternative, l’immobilità della provincia si riflette sui personaggi. Le istituzioni come la scuola e il provveditorato all’educazione sono il riflesso di una società radicata nell’ignoranza e nella tradizione, dove tutti fanno il meno possibile. Nel finale Semat acquisisce consapevolezza, ma riesce comunque ad ottenere quello che vuole, non vi è nessuna punizione né allontanamento per un personaggio così meschino. 

Ad ogni film il regista aggiunge un tassello in più sulla natura umana, chiudendoli sempre con un afflato di speranza che in questo film però non sembra esserci, tuttavia il precipitarsi a casa di Semat e Kenan di Nuray per chiedere all’ultimo come mai non risponde alle sue telefonate, se non è degna della sua amicizia e che grado di moralità dovrebbe avere una ragazza per essere degna di questa e nella ribellione finale di Semiv. In questi moti di franchezza e di decisione di non compiacere gli uomini, si vede una speranza per la Turchia e per l’umanità. Forse il regista ha ancora speranza nelle donne. 

Voto: ★ ★ ★ /☆ ☆ ☆ ☆