Rebel Moon – Parte 1: Figlia del fuoco di Zack Snyder, la recensione

di Valeria Morini

Il sottotitolo di Rebel Moon, film diretto Zack Snyder uscito direttamente su Netflix, è Parte 1: Figlia del fuoco, ma potrebbe tranquillamente essere “O dell’abuso del ralenti nelle scene d’azione”. Uno dei registi più divisivi del cinema mainstream hollywoodiano torna dopo il turbolento periodo passato dei film DC e la delusione di Army of the Dead (un ottimo soggetto sviluppato male), con l’ambizione di creare un nuovo universo cinematografico: di Rebel Moon è stato girato anche il sequel Parte 2: la sfregiatrice (in piattaforma ad aprile 2024), ma l’idea è di realizzare una trilogia, senza dimenticare lo sviluppo di un videogioco, un corto animato e una graphic novel, nonché una versione estesa dello stesso Figlia del fuoco. Insomma, quello che è stato già definito “lo Star Wars di Snyder” è un progetto a dir poco complesso: peccato che questo capitolo iniziale sia un disastro evidente sotto diversi punti di vista.

La vicenda ruota attorno a Kora, ex combattente con un passato doloroso che cerca redenzione nella vita semplice di una comunità contadina su un remoto pianeta che pare l’Oklahoma degli anni 30. A comandare nella galassia è però un brutale regime militare che, dopo l’assassinio della famiglia reale, comanda col pugno di ferro e distrugge interi mondi, dando la caccia ai rivoluzionari della resistenza e finendo col prendersela con i miti agricoltori amici di Kora. Quando la giovane usa le maniere forti contro i soldati occupanti, la sicurezza di quel mondo pacifico è compromessa e a Kora non resta che cercare i ribelli e assoldare un pugno di eroici combattenti per rispondere alla tirannide, il cui capo supremo ha peraltro un legame importante con la stessa Kora.

Insomma, il film, nato da da un’idea di Snyder e da lui scritto insieme a Kurt Johnstad e Shay Hatten, saccheggia a piene mani da Guerre stellari e dalle altre space opera, oltre che rifarsi nella trama a I sette samurai / I magnifici 7 e regalarci l’ennesima commistione tra western e fantascienza tanto cara al cinema americano. Il problema non è però tanto il fatto che Rebel Moon frulli in un unico calderone suggestioni e idee già viste dozzine di volte: l’essere derivativi non è per forza di cose un fatto negativo, se ci si trova di fronte a un film solido di puro intrattenimento e divertimento.

Il problema è che la pellicola di Snyder non intrattiene né diverte, ma annoia e non riesce a essere coinvolgente, neppure per un fan del fantasy spaziale. In un momento in cui Hollywood è segnata da una forte crisi, con Disney/Marvel e Warner/DC ormai alla fine di un ciclo e alle prese con un flop dietro l’altro, l’arrivo di una nuova saga poteva essere una boccata d’aria fresca. Una speranza purtroppo disattesa da questo pasticcio fuori tempo massimo.

Elencare cosa non funziona in Rebel Moon (a prescindere dal soggetto, abusato ma comunque sulla carta godibile) sarebbe cosa lunga, perciò limitiamoci a parlare dei due macroerrori di Snyder. Il primo è l’assenza di ritmo e di una regia incisiva, il che ci porta a 134 minuti in cui dialoghi malscritti, spiegoni e lunghi momenti morti si alternano alle scene d’azione, girate nel modo peggiore e più deleterio: è possibile, e qui torniamo all’inizio della nostra recensione, che tutte le sparatorie ed esplosioni – che ricordiamo, dovrebbero essere il nervo centrale di una space opera – siano rigorosamente in slow motion, col risultato di togliere ogni sapore nonché qualsiasi prospettiva di godimento allo spettatore?

L’altro peccato mortale è la presenza di un unico personaggio davvero interessante, la tostissima anti-supereroina di Sofia Boutella cui l’attrice algerina (purtroppo finora sfortunatissima nelle sue scelte cinematografiche) dà tutta se stessa. Attorno a lei, una serie di caratteri stereotipati, poco sviluppati e bidimensionali, dal simil Han Solo (un Charlie Hunnam totalmente sprecato) al simil Jason Momoa, passando per il sanguinario villain di Ed Skrein in alta uniforme nazista direttamente prelevata dal set di un film sulle SS. Insomma, all’assenza di originalità si accompagna una superficialità di scrittura e un piattume a livello narrativo e visivo che rinnovano seriamente la preoccupazione per lo stato di salute del blockbuster americano.

Voto: 1,5/4