L’uomo ragno è risorto: la provincia, la tavernetta e la leggendaria storia degli 883 – La recensione di Hanno ucciso l’Uomo Ragno

di Camilla Maccaferri

“La pura verità è cosa che solo alle salamandre giganti è dato affrontare: che possibilità avrà mai un provinciale?” Hermann Melville, “Moby Dick”

Ma poi ti guardi in faccia e dici dov’è che vuoi che andiamo con ‘ste facce io e te.
Max Pezzali/Mauro Repetto, “Con un deca”

Le grandi avventure raccontate sullo schermo o tra le pagine dei libri ritraggono spesso l’incontro tra due solitudini uguali e contrarie. C’è il razionale romantico, un po’ piagnone e inconcludente, che ha un sogno nel cassetto ma non sa come realizzarlo, e l’amico folle scapestrato, che si butta nella mischia e i sogni se li mangia a colazione. Luke Skywalker e Han Solo, Sherlock Holmes e Watson, Don Chisciotte e Sancho Panza. È un principio antico come il mondo: dall’unione tra lo Yin e lo Yang, energie opposte e complementari che dipendono l’una dall’altra, nasce il caos che genera la vita – e le storie da raccontare. Nel nostro caso, però, tra l’apollineo e il dionisiaco c’è un terzo incomodo, che non ha il volto di una persona, ma il dorso rossastro e composito di uno skyline modesto, con qualche torre e un cupolone: una città che assomiglia a un amore tossico, che rinchiude gli amanti tra le sue mura spagnole, avvolgendoli per sempre in una coltre di nebbia e zanzare. Tra i suoi vicoli acciottolati e le rive umide di un fiume che potrebbe evocare alla lontana il Mississippi, se non fosse per le pantegane che sostituiscono gli alligatori, se ne vanno su e giù in motorino, rigorosamente senza casco, gli adolescenti degli anni Novanta, vagando in un’eterna Ronda dei carcerati alla disperata ricerca di un indefinito significato. “La gente, pur di non stare qua in estate, muore”, rivela l’eterno amico Cisco al resto d’Italia, una verità che noi pavesi conosciamo da sempre e che nell’A.D. 2024, con il cambiamento climatico e le zanzare tigre, è addirittura più attuale di allora.

Eppure sarà proprio questa atmosfera tossica e opprimente che spingerà il giovane ed educatissimo Massimo (Elia Nuzzolo) a rifugiarsi nel punk per cercare una boccata di aria fresca e trovare, a sorpresa, la vocazione della vita. Ma senza l’aiuto dell’esplosivo Mauro (Matteo Oscar Giuggioli) i suoi sogni sarebbero rimasti chiusi in tavernetta e lui avrebbe continuato a fare il fioraio, e i funerali, a fianco del padre. Due album, tanti sono i dischi che Pezzali e Repetto hanno firmato insieme, un successo inaspettato lungo due estati di fuoco e poi, come un fulmine a ciel sereno di quelli che squarciano l’estate pavese, la separazione, dolorosa come la faida tra guelfi e ghibellini per chi è di queste parti, con strascichi di polemiche che durano ancora oggi. Ma tanto è bastato a spedire gli 883 nella galassia delle icone, il ballerino slanciato e frenetico e il cantante impacciato che sembrava sempre appena uscito da un compleanno in pizzeria, l’animatore da villaggio e il brav fiö. La provincia incarnata e smembrata in un perpetuo rituale di identificazione e rifiuto che, pur parlando di un luogo molto specifico, è riuscita a dilagare oltre gli argini del Ticino, travolgendo con la sua narrazione più vera del vero ogni ragazzetto italiano soffocato dal proprio paesello mortifero.

Difficile credere che, a distanza di tanto tempo, una storia del genere potesse ancora interessare qualcuno, e sicuramente l’effetto nostalgia ha fatto da carta moschicida per Gen X e Millennials alle prese con il loro ruolo da diversamente giovani, impossibile da accettare in una società in cui gli unici adulti in circolazione continuano a essere i Boomer.

Eppure è innegabile che Sydney Sibilia, insieme a Groenlandia, ormai consacrata casa di produzione di serie di qualità (Qui non è Hollywood docet), abbia creato un prodotto trasversale dal taglio fresco e dalla scrittura molto curata che è riuscito a raccontare quegli anni, quelle atmosfere, senza mai scadere nel fanservice gratuito, ma dosando sapientemente (e furbescamente) cuore e cervello. Aiutato dalla grande prova dei due giovani protagonisti, ineccepibili nella mimesis attoriale, canora e coreografica, Sibilia ha confezionato e parzialmente diretto otto puntate piacevolissime che, al di là della contestualizzazione storica, possono anche essere viste come un coming of age senza tempo da chi quell’epoca l’ha vissuta solo nei racconti di genitori e fratelli maggiori. La città di Pavia, con le sue due discoteche e centosei farmacie, appare prepotentemente in tutto il suo fascino solo televisivo, proprio come quel fidanzato narcisista che in pubblico sembra perfetto e nel privato è un mostro di noiosa, mortifera crudeltà.

Un cast totalmente indovinato, oltre ai protagonisti, che vantano una chimica perfetta, e che cita con grande divertimento tanti volti noti del mondo dello spettacolo, da Jovanotti a Maria De Filippi, passando per Sandy Marton. Tutti i comprimari funzionano bene, nonostante qualche scivolone nel larger than life (i personaggi di Fiorello e Cecchetto, quest’ultimo comprensibilmente scocciato per il trattamento riservatogli), ma il migliore è senza dubbio l’adorabile Cisco (Davide Calgaro), a cui vengono affidate le frasi più iconiche.

Colonna sonora che gioca d’astuzia alternando Wham!, Cure, Ramones e classici di casa nostra, oltre naturalmente ai pezzi degli 883, a partire dalla sigla che mette in campo subito l’artiglieria pesante di Con un deca per lubrificare immediatamente le pupille dei Millennials.

Precisa la ricostruzione storica, con una cura del dettaglio che raramente si vede in una serie italiana, e che contribuisce a spingere sul pedale emotivo: tra arcade, motorini, auto d’epoca e angoli nascosti della Pavia di una volta è difficile non lasciarsi andare ai ricordi.

Una serie che riesce a far convivere il lato Pezzali (la precisione tecnica) con quello Repetto (l’emozione pura), stimolando consapevolmente la lacrimuccia nelle generazioni che hanno vissuto quegli anni, ma contemporaneamente mantenendo un taglio contemporaneo e leggero. Anzi, leggerissimo: a voler essere pignoli si potrebbe osservare che non si alza mai lo sguardo dall’ombelico e dalla tavernetta di casa Pezzali, come se quelle estati fossero state per tutta Italia un enorme divertissement, tra Aquafan, balletti con le ragazze di Non è la Rai, avventure scanzonate e psicodrammi tardoadolescenziali. Non abbiamo mai contezza di quello che succede al di fuori del microcosmo pezzaliano-repettiano, ma tra la primavera e l’estate del 1992 vengono uccisi Falcone e Borsellino, il debito pubblico è alle stelle, l’inchiesta Mani Pulite è iniziata da qualche mese e in Bosnia c’è la guerra. Di tutto questo non c’è traccia nella serie, ma a ben vedere nemmeno nelle canzoni degli 883, concentrate sui dolore del giovane Max e dei suoi amici provinciali, senza mai guardare fuori da quelle mura spagnole, da quella nebbia spessa, da quei nugoli di zanzare che ci offuscano la vista e ci ricacciano tra le vie acciottolate della nostra maledizione padana.

Non necessariamente un problema, soprattutto per i milioni di fan che, ancora oggi, fanno registrare a Pezzali il tutto esaurito negli stadi: chissà se nella prossima, attesissima stagione, lo sguardo (complici pezzi come Cumuli, dall’album Nord Sud Ovest Est) si allargherà oltre il Ticino.

Nel frattempo gli 883 si godono la loro rinascita con una serie che, lungi da essere una sterile operazione nostalgia, traduce in un nuovo linguaggio mediatico il grande messaggio della loro poetica: “Siamo impresentabili sfigati di provincia. E la gente ci ama per questo”.

Voto: ★★★/☆☆☆☆