ROOM di Lenny Abrahamson (2015)

  

Il piccolo Jack Newsome (Jacob Temblay) è un bambino di cinque anni che non ha mai conosciuto il mondo esterno, avendo sempre vissuto all’interno di un capanno abbandonato chiamato “la stanza” assieme alla madre Joy (Brie Larson, premiata con l’Oscar), rapita anni prima da un uomo chiamato Nick (Sean Bridgers) che impedisce ai due di uscire. Quando però la curiosità di Jack verso l’esterno cresce assieme alla volontà di scappare di Joy, madre e figlio proveranno a fuggire.

Presentato in anteprima al Festival di Toronto nel 2015 dove si è aggiudicato il Premio del Pubblico e successivamente alla Festa del Cinema di Roma, Room è il sesto film del regista irlandese Lenny Abrahamson che adatta il romanzo omonimo (in italiano Stanza, letto, armadio, specchio) scritto da Emma Donoghue nel 2010 e a sua volta ispirato al caso di Elizabeth Fritzl, donna austriaca che dalla metà degli anni ’80 fu costretta a vivere per ben 24 anni all’interno di un bunker.

Vincitore dell’Oscar per la miglior attrice, andato a Brie Larson (la pellicola è stata nominata anche per miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale), Room divide il proprio racconto in due atti narrativi ben distinti: la prima parte si sofferma sulla quotidianità di Joy e Jack all’interno de la stanza in cui sono obbligati a vivere, sorta di casa/prigione per la madre ma unico mondo conosciuto da parte de il bambino che crede reale solo quel luogo e ciò che gli sta attorno e finto tutto il resto, così come veicolato dalla televisione che Jack guarda. Se nelle premesse Room si presenta come un’opera interessante e capace comunque di affascinare, Abrahamson sceglie purtroppo la strada del sovraccarico sentimentale immediato e dell’immedesimazione forzata coi personaggi. L’effetto è quello di assistere a un film altamente programmatico nelle intenzioni e ben poco sincero nella gestione emotiva, che si bilancia tra uno sguardo assente sulla storia che racconta o fin troppo costruito e falso e una certa freddezza di fondo che tutto annulla, anche l’idea potenzialmente stimolante di un kammerspiel claustrofobico.

E anche la seconda parte, che pure leviga l’atteggiamento retorico del primo atto, fatica a trovare una vera ragione di interesse. Il film rimane bloccato tra le trame del dramma familiare e del rapporto d’amore tra una madre e il proprio figlio senza però elevarsi troppo quando entra in scena il nuovo e difficile contatto con l’esistenza e la riscoperta della vita e delle cose del giovane Jack e della madre Joy. In Room, nonostante la bravura della protagonista, avviene tutto in maniera così didascalica e anche così preventivata da eliminare qualunque concessione allo sguardo sulle cose messe in scena. Si ribadisce purtroppo la povertà, rimarcandone invece la furberia, del lavoro di Abrahamson, quasi paradossale per un film che ambisce a narrare la riconquista dell’aprirsi al mondo dopo esserne stati all’oscuro.   

Voto: 1,5/4