Rose of Nevada di Mark Jenkin, la recensione

di Giulia Pugliese

L’82ª Mostra del Cinema di Venezia non è stata caratterizzata dalla ricerca di film che rappresentassero il cinema contemporaneo e che volessero essere figli della cinematografia attuale. Autori legati al passato e cinema legato a vecchie logiche, persino nelle sezioni più sperimentali e meno convenzionali del festival, come Orizzonti o Venezia Spotlight.

Rose of Nevada invece si muove nel segno della contemporaneità, delle novità e in continuità con la volontà del regista di fare cinema sperimentale. Mark Jenkin rimette in scena le sue ossessioni: il mare, i paesetti sperduti di pescatori del Regno Unito e i suoi protagonisti pieni di rimorsi e sensi di colpa, soli contro il mondo.

Il regista ci mostra un mondo che sta per estinguersi, che forse non è mai esistito o che esisterà per sempre, per parlarci di uno spazio e di un tempo sospeso. Lascia il bianco e nero dei primi film per passare a girare in pellicola con colori desaturi, scelta che richiama la videoarte. Infatti, il cinema sperimentale spesso flirta con questo tipo d’arte, e anche questo film lo fa. Rose of Nevada ha anche
un grande lavoro sul sonoro, per far sentire lo spettatore all’interno della storia. La messa in scena è sicuramente il centro dell’opera.

Il film della sezione di Orizzonti si mette in scena un eterno ritorno nietzschiano, dove il mare richiede un tributo ai suoi uomini, i marinai. È una sorta di Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, perché i suoi protagonisti, nonostante abbiano famiglia, alla fine vi ritornano sempre, lo scelgono di nuovo: è un vivere sospesi tra un mondo di terra e un mondo d’acqua, che la non-sceneggiatura di Jenkin rende con la magia di un relitto che ritorna.

Questa volta a prestare i volti agli eroi marinai del regista sono due vere e proprie star del cinema contemporaneo: Callum Turner, conosciuto per il ruolo in Animali Fantastici e in Emma, e ancora di più il paladino del cinema contemporaneo George MacKay, che sta basando tutta la sua carriera su un cinema diverso e nuovo, con ruoli in film come 1917, La bête e The End.

Il mondo che viene messo in scena è per certi versi soffocante e limitato: i suoi protagonisti sono allo sbando e tristemente condannati, anche dalla storia del film, a non andare oltre. Tuttavia, nel mondo di Jenkin c’è una certa bellezza, ma anche una condanna all’incatenamento, ritmi uguali e duro lavoro con poca gratifica. Il film non mette in scena solo il concetto filosofico di una vita sempre uguale, ma una sorta di sfruttamento lavorativo e comunitario che si ripete ciclicamente e che incolla questi uomini a una vita ripetuta. I protagonisti lavorano per tutto il tempo e non si chiedono neanche più se questo sia giusto o sbagliato. Siamo forse nel territorio della denuncia sociale del capitalismo e dello sfruttamento delle masse operaie? Oltre che nello smarrimento del senso della vita. Il film, che è in parte ambientato negli anni ’90, non ci mostra un passato glorioso, ma una società già in pieno declino.

Rose of Nevada è grande cinema perché chiede allo spettatore lo sforzo di interpretare, interroga e tenta di portare il cinema altrove. Mark Jenkin condensa la sua poetica prendendo dai temi e dai personaggi di Bait, unendoli ai toni horrorifici e ai colori di Enys Men, tuttavia facendo qualcosa di completamente diverso. Non abbandona le sue ossessioni, ma riesce a fare ancora una volta qualcosa di nuovo e di affascinante, sia per messa in scena che per storia. Senza mai smettere di fare cinema sperimentale.

Voto: ★★★/☆☆☆☆