Saint Omer: La Medea naufragata

di Giulia Pugliese

NB: Questo pezzo è risultato vincitore al Concorso per giovani critici dedicato a Marco Valerio al Longtake Film Festival 2023, nella categoria over 30

Io e mia madre abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale, non ci siamo mai capite, la vita adulta ci ha allontanate e il contrasto è diminuito.

Saint Omer è un film che parla di un tabù, l’infanticidio e che cosa significa essere una madre tra due culture, quella africana che vede il ruolo della donna solo come madre e quella occidentale, basata sulla realizzazione lavorativa dell’individuo. È un film su un doppio: la protagonista Rama, una francese di seconda generazione, scrittrice, per il suo libro segue il processo di Laurence Coly, una donna senegalese immigrata in Francia che ha ucciso la figlia di 15 mesi. La donna, per diverse motivazioni si riconosce nell’indiziata. Laurence è pazza, è cattiva, è posseduta?

Alice Diop riprende i temi a lei cari come documentarista, il multiculturalismo e i legami familiari, anche lei afro-francese come le due donne, con la sua presenza fa riecheggiare questo “triplo”. Diop decide di non perdere il suo stile realistico, usando il legal drama, tuttavia la regista si lascia andare a momenti più aulici e sperimentali. Il film abbraccia diverse tematiche con una forza intellettuale e colta, ma regala momenti di introspezione personale e un’analisi tenera delle relazioni familiari.

Il film riprende un capolavoro della letteratura francese, “Hiroshima mon amour” di Marguerite Duras, per parlare di una tematica importante del film: come la società colpevolizza le donne per i loro desideri, usando il senso di vergogna. Rasare le donne per punirle, marchiandole, non è solo un gesto di prevaricazione, ma anche d’umiliazione. Il film mette in scena una certa “disgregazione” che deriva dalla colpa congenita di appartenere a una cultura non dominante, il tentativo di Laurence di essere una perfetta parisienne, con un francese impeccabile e una carriera accademica, non è altro che una forma di colonialismo inflitta. Laurence non è Medea come l’aveva concepita Euripide, un personaggio che mantiene il suo lato selvaggio, è invece più simile alla Medea di Pasolini, citata nel film: una straniera, maga e barbara. Giasone portandola in Grecia la vuole elevare, Medea in questo film è già una donna che non è più amata, di una freddezza glaciale e non uccide i suoi figli per rabbia, come la protagonista.

La pellicola si concentra sull’uso del multiculturalismo come specchietto per le allodole: dopo esserci stupiti del suo perfetto francese, di aver scelto Wittgeinstein (filosofo tedesco dell’800) per la sua tesi, usando i nostri riferimenti culturali giudichiamo la ragazza, salvo poi stare bene con la nostra coscienza e accettare la spiegazione etno-culturale, perché quella razionale è troppo difficile. Alla fine del film l’avvocato difensore parla (a noi) della Chimera che è un’ibridazione come le due protagoniste. Nella mitologia greca la chimera è un mostro composto da più animali, ma nella comune terminologia è un’utopia, impossibile da raggiungere, forse nella concezione comune qualcosa che appartiene a più mondi non può esistere. Alla fine del processo cosa provano le spettatrici, empatia o paura? Saint Omer è un film sulla paura atavica di quel che non capiamo e se quello che non capiamo fosse dentro di noi?

Con l’età adulta i nostri genitori smettono di essere degli antagonisti, perdoniamo i loro difetti e facciamo le nostre vite. Ma la ruga d’espressione che mi viene quando sono crucciata è la stessa che ha mia madre.