Saltburn di Emerald Fennell, la recensione

di Valeria Morini

L’inizio di Saltburn, se si conosce già un po’ la trama, ti dà la sensazione che ti troverai di fronte a una versione erotica di Harry Potter, citato in modo smaccato nell’ingresso del protagonista Oliver a Oxford. Quasi uno sberleffo alla più nota saga britannica da parte di Emerald Fennell, regista che, dopo l’esordio interessante benché a tratti acerbo di Una donna promettente, porta a maturazione la sua estetica pop e sfrenata con questo film disponibile su Prime Video.

Al centro, l’eterno conflitto di classe, incarnato nel timido studentello interpretato da Barry Keoghan: irlandese classe 1992, con un’infanzia durissima alle spalle, ottimo enfant prodige ne Il sacrificio del cervo sacro e notevole nel personaggio naif di Gli spiriti dell’isola, qui mette anima e corpo – con uno stoicismo attoriale ammirevole – in un antieroe inquieto e inquietante, che entra nella vita di un ricco e fascinoso compagno (Jacob Elordi) e, di conseguenza, in quella della sua aristocratica famiglia che lo ospita nella sontuosa magione di campagna (la Saltburn del titolo). Attorno, un cast di grande rispetto: se Elordi sa il fatto suo (ed è in grande ascesa, complice il ruolo di Elvis in Priscilla della Coppola), spiccano la madre indolente di un’algida Rosamund Pike e il padre interpretato dal sempre ottimo Richard E. Grant.

Eccessivo, sfrontato e decadente, ambientato nell’era pre-social dei metà 2000, il film della Fennell è un mélo dal cuore nerissimo che pare un mix tra una serie tv di Joss Schwartz e il Teorema pasoliniano, tra dosi abbondanti di omoerotismo, liquidi corporei, genitali in vista e alcune scene estreme che camminano in bilico tra l’oscenità e il trash, il lascivo e il disgusto. Un film dalla regia brillante e coinvolgente, ma anche molto furbo, che sta dividendo i pareri, tra chi elogia la sua spettacolarità e chi lo accusa di vuotezza di contenuto.

Probabilmente è impossibile restare indifferenti di fronte a Saltburn: o lo ami o lo detesti. Noi lo difendiamo a prescindere da quanto sia originale la storia trattata (la derisione dello snobismo dell’alta borghesia è tema abusato ma, diciamolo, sempre appagante): un film così frizzante, sfacciato e godurioso (e con colonna sonora strepitosa guidata dal quel capolavoro anni 2000 che è “Time to Pretend” degli MGMT) è tanto grasso che cola di questi tempi.

Voto: 3/4