SOTTO ASSEDIO-WHITE HOUSE DOWN di Roland Emmerich (2013)

Locandina Sotto assedio-White House Down«Caffeina e patriottismo»: in questa frase sloganistica e di puro sapore citazionistico, pronunciata da Maggie Gyllenhaal nel film, si riassume il senso e la forma dell’ultimo, catastrofico film di Roland Emmerich. Famoso per film come Independence day, The day after tomorrow e, in tempi più recenti, un ping-pong di frenetico rimbalzo fra preistoria (10,000 BC) e giorno d’oggi (il temuto e profetizzato 2012 dei Maya), fino a una rilettura in chiave complottista-thrilling di Shakespeare, si poteva dire aperto un vero “totocatastrofe” su quella sarebbe stato il prossimo bersaglio del regista tedesco. La scelta, provocatoria ma non isolata (basti pensare Olympus has fallen di Fuqua), punta dritto al cuore della superpotenza a stelle e strisce: la Casa Bianca! Il titolo originale, carico di suggestioni e adrenaliniche aspettative, è White house down, un po’ meno suggestivo e più generico il titolo italiano Sotto assedio.

 

Il suono di tromboni, lento e dilatato, apre il film e introduce senza mezzi termini in un registro di pura retorica nazionalista. Gli stessi tromboni che generalmente accompagnano la fase successiva a una tragedia americana (i caduti di guerra, un attentato) in questo lungometraggio bruciano le tappe e anticipano addirittura l’arrivo dei protagonisti. La trama è piuttosto semplice e già vista: Channing Tatum è John Cale, un matrimonio fallito alle spalle, il rapporto rovinato con la figlioletta e l’incarico fortuito nella Capitol police dopo tre invii in Afghanistan. Ma è un grande giorno: John Cale ha un colloquio alla Casa Bianca per entrare nella scorta del Presidente Sawyer (nero e Obama-style, per intenderci) e porta la figlioletta Emily Cale sperando di riscattarsi ai suoi occhi; dall’altra parte della White House è il momento cruciale per un accordo di pacificazione nucleare con Europa e Asia. Tutto tira per il peggio: la Finnerty interpretata da Maggie Gyllenhaal rifiuta l’assunzione di John e… una complessa cospirazione studiata nei dettagli prende il controllo della Casa Bianca! Ovviamente spetterà a John tentare sgominare il complotto e di salvare il Presidente.

Puzza di Guerra dei mondi? Parecchio, anche se al film di Emmerich manca lo stesso smalto. Bisogna ammettere la forma del disaster movie è riuscita talvolta a veicolare, sotto mentite spoglie, forti messaggi e denunce geopolitiche. A rileggere larga parte della filmografia di Emmerich salta fuori un’attenzione insolita per il quadro del presente: quando il disastro climatico, quando la credenza Maya e quando… il tema delle armi negli Stati Uniti e le scelte della classe politica sulla gestione dei disordini in Medio-Oriente. Voleva essere una parafrasi cinematografico del clima attuale, mascherata da blockbuster catastrofico ma con uno strato più critico di quel che possa sembrare, ma Emmerich ha fallito. A un livello puramente estetico, perché l’ingrediente portante dell’azione adrenalinica è deludente. A un livello di scrittura, nutrita di stereotipi, ruoli banali e stravisti a cui ormai il pubblico è intollerante. E a livello di messaggio, fin troppo banale e retorico. Tra l’immancabile bandiera americana che si spezza, Channing Tatum che sembra il Tom Cruise de La guerra dei mondi e umorismi poco probabili, le scelte azzeccate del film sono troppo poche: il dipinto della Casa Bianca in fiamme e la lotta della famiglia, ossia di padre e figlia contemporaneamente (la generazione dei padri che combatte con le pallottole, la generazione dei figli che combatte con l’informazione, gli smartphone e il social), non risvegliano un film che fallisce anche ad un semplice livello di intrattenimento.

 

Voto: 2/4

 

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