Stranger Things 4 – Dagli anni ’80 si esce vivi: un po’ provati ma dannatamente cool

Stranger Things 4: cosa aspettarci e cosa vogliamo vedere | Wired Italia

Il collante generazionale scaturisce dal Sottosopra per unire adolescenti e quarantenni, ribadendo che nerd è bello. Sono passati cinque lunghi anni, una pandemia e svariate guerre da quando i fratelli Duffer ci hanno condotti per la prima volta nel Sottosopra di Hawkins, cittadina (immaginaria) del soporifero Indiana.

Cinque anni difficilissimi per il mondo, che hanno lasciato un segno indelebile sui nostri volti e, inevitabilmente, su quelli dei protagonisti ragazzini di questa serie: erano alti così quando li abbiamo incontrati la prima volta, coi tondi occhi bambineschi spalancati di stupore, mentre ora sono giovani uomini e donne atletici, cinici, dallo sguardo a volte fin troppo duro.

Cosa stavamo guardando la prima volta non lo sapevamo, ma è stato presto chiaro che il viaggio verso l’ignoto non sarebbe durato poco, perché quei due mascalzoni dei Duffer si sono giocati tutte le carte per far capitolare una generazione di nostalgici nati tra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta.

Fin dalla prima stagione il messaggio è stato chiarissimo: nerd is the new cool, tutto quello per cui da piccoli vi hanno presi in giro o considerati strani, ora farà tendenza. Via libera ai vestiti goffi, alle sale giochi arcade, ai tagli casalinghi che vi faceva vostro nonno rovesciandovi una scodella in testa, alle bici sgangherate, all’immaginario fantasy più sfrenato. Dungeons & Dragon, i supereroi Marvel in versione fumetto vintage, He-Man, i Ghostbusters, E.T., le action figures, Michael Myers e naturalmente Star Wars. L’orgia fandomica di Stranger Things assomiglia a un enorme ComiCon dove ci aggiriamo circondati dai sogni più belli e dagli incubi peggiori della nostra infanzia, che non ci è mai sembrata tanto vicina, come se nel Sottosopra ci fossimo finiti noi. Nella nostra percezione, però, si tratta di una dimensione nostalgica e rassicurante che sa di Crystal Ball, bibite gassate e chewing-gum alla panna e fragola. Di casa.

Non c’è niente di nuovo, è vero: abbiamo già visto innumerevoli volte i mutanti da laboratorio, i varchi dimensionali, le connessioni telepatiche, i russi cattivi, il governo americano ancora più cattivo che fa esperimenti bellici sui bambini speciali, gli inseguimenti, i last minute rescue, i ribaltamenti, il coming of age.

Abbiamo anche già visto, e Stephen King ne sa qualcosa, il cementarsi, il disfarsi e il ricomporsi di una rete di rapporti di amicizia e affetto all’interno di un autentico branco di perdenti, sfigati, emarginati: quelli che alla fine (ormai lo sappiamo a menadito) ci tirano sempre fuori dai guai. E i campioni belli e antipatici con le loro cheerleader al braccio muti, con un palmo di naso.

Allora cos’è che ci tiene inchiodati allo schermo dopo sei anni e quattro stagioni (attesa prolungatasi a causa della pandemia), nonostante i borbottii, le lamentele da vecchi scontenti (“era meglio la terza”), l’avvicendarsi di personaggi nuovi più o meno riusciti, la ridondanza, la mancanza di originalità?

Forse sarà la musica, con le sue playlist da sogno che vanno a ripescare nel magico sottobosco eighties e che, proprio come facevamo in quei nastri infiniti da 90’, non si vergognano a mixare Kate Bush e i Metallica, i Joy Division e i Toto?

O forse sarà il cast, in cui si alternano vecchie glorie del passato con qualcosa da dire a proposito di fantasy come Sean Austin (Mr. Sam Gamgee) e Winona Ryder (musa di Tim Burton al fulgido inizio della sua carriera), felici riscoperte (Matthew Modine e David Harbour non sono mai stati così fighi, diciamolo) e un gruppo affiatatissimo di giovani promettenti?

O sarà l’inconfondibile look and feel, a partire da una sigla che più iconica non si può, che da oltre un lustro influenza l’immaginario collettivo, con i brand che fanno la gara alla campagna di instant marketing più brillante citando il Sottosopra e le sue cupe atmosfere (ottenendo spesso risultati al limite del cringe)?

Forse. Ma molto più probabilmente quello che ci tiene appesi, nonostante le lungaggini e le incoerenze, nonostante le debolezze e gli eccessi, ad attendere la quinta (e ultima) stagione di Stranger Things è un ingrediente semplice, banale, eppure raramente presente nelle produzioni Netflix: il cuore.

Lo stesso cuore che fa emozionare noi anziani al grido di “con quello ci giocavo da piccolo” e fa comprare ai ragazzini di oggi le magliette brandizzate HELLFIRE CLUB. Lo stesso cuore che ci fa scappare la lacrimuccia durante l’assolo di Eddie Munson (Joseph Quinn, personaggio-rivelazione della stagione) in quello che è senza dubbio alcuno il momento più alto dell’ultima uscita.

Lo stesso cuore che batte e rischia di spezzarsi ogni volta che i grandi occhi di Will Byers si bagnano di lacrime, che Undici sussulta in una vasca di deprivazione sensoriale, ogni volta che Joyce e Hopper, che Steve e Nancy, che Lucas e Max si guardano, ogni volta che ripensiamo a quanto era piccolo Mike Wheeler quando lo abbiamo incontrato, ogni volta che Dustin Henderson viene inquadrato.

Friends don’t lie e quello dei Duffer è comunque un cuore furbo, sgamato e con le orecchie orientate a captare le esigenze di mercato e a nutrirsene avidamente, come un demogorgone a digiuno da settimane. Ma questo non ci impedirà di ritrovarci ancora una volta, noi vecchi malati di nostalgia incapaci di lasciare andare un passato che vive nei nostri ricordi come un’idealizzazione perfetta, insieme agli adolescenti veri, quelli di oggi, invischiati nel Sottosopra degli anni Ottanta per vedere come va a finire. E se tutto questo servisse anche solo a far conoscere un paio di vecchi successi e di giochi vintage alle nuove generazioni, tutto sommato sarebbe comunque un buon risultato.

In fondo, come dice Jonathan Byers, “yeah, the real world sucks, deal with it like the rest of us”. Ed è proprio per questo che abbiamo bisogno di prodotti come Stranger Things: per dimenticarlo per qualche ora.