SU RE di Giovanni Columbu (2012)

locandina-film-su-reNel corso della storia le rappresentazioni sacre dei Vangeli e della Passione di Cristo sono state molteplici, sia in ambito pittorico che in quello cinematografico. Negli occhi c’è ancora Passion, di Mel Gibson, in cui sono raccontati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù Cristo, fino alla sua resurrezione. Giovanni Columbu decide di stringere ulteriormente il campo, ma allo stesso tempo di allargarlo. Come? Raccontando solo gli episodi che vanno dall’ultima cena alla morte in croce di Gesù (interpretato da Fiorenzo Mattu), in maniera non cronologica, ma circolare – partendo e terminando con la croce – e secondo i diversi punti di vista di chi quell’episodio l’ha vissuto.

 

 

 È così che possiamo conoscere intimamente cosa hanno provato gli apostoli, Maria, Giuda e anche i ladroni, in una rappresentazione cruda che forse risparmia solo la visione dei chiodi nelle mani. Giovanni Columbu, dopo diversi documentari, è al suo secondo lungometraggio e decide di ambientare la Passione nella sua adorata Sardegna, come i pittori rinascimentali facevano con i loro quadri e i loro affreschi, adattati al loro tempo, ai loro spazi e con le loro vesti. È come se, in questo modo, il regista volesse mostrare di sentire più vicino l’episodio del Vangelo, in una Sardegna che «è ricca di luoghi che potrebbero rimandare all’Antico Testamento, dove due universi così lontani nello spazio e nel tempo si possono trovare senza stupirsi troppo l’uno dell’altro».

 

Per un realismo estremo, il regista si rifà anche alla descrizione biblica che Isaia dà di Gesù: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere», optando quindi per un attore non attraente, che possa essere metafora di una luce interiore più che di un fascino esteriore, caratteristica delle pitture classiche di Gesù. Sono tutti dati molto interessanti, che impreziosiscono un progetto molto, e forse troppo, ambizioso. Infatti, se l’ambientazione sarda rimane affascinante e comunque conforme all’immaginario palestinese, d’altra parte è anche vero che il ritmo narrativo lascia molto a desiderare.

 

Troppo compassato, con pochissimi dialoghi (in sardo) e con movimenti di macchina minimi, in cui solo il continuo passaggio di flashback e flashforward riesce a donare un po’ di vita ad una narrazione che altrimenti rischia di annoiare. Di fatto resta interessante l’ordine sparso in cui sono raccontati gli eventi, quasi fosse una versione postmoderna della Passione di Cristo, tratta dai Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, a testimoniare sin dal principio la scelta di un punto di vista non unitario.

Voto: 2/4

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