L’ULTIMA PAROLA – LA VERA STORIA DI DALTON TRUMBO di Jay Roach (2015)

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Diciamolo pure, ma quanto ci era mancato Bryan Cranston? Sì, possiamo dire di averlo rivisto in Godzilla, ma molti di noi sono ancora fermi lì, al ricordo dell’epica morte di Walter White in Breaking Bad… Il resto è nulla! Con questo film però, Cranston (candidato come Migliore attore protagonista agli Oscar), riesce a far dimenticare per due ore la trasformazione Walter White/Heisenberg.

Ma procediamo con ordine. Credo sia doveroso, prima di parlare del film, introdurre e spiegare chi fosse Dalton Trumbo, per chi non lo sapesse. Trumbo era innanzitutto un uomo dai forti ideali politici e umani. Negli anni 40, ad Hollywood, divenne uno degli sceneggiatori e romanzieri più ricercati degli Stati Uniti. Lavorò con i più grandi: RKO, Columbia, MGM. Era un comunista convinto e schierato con i sindacati, forte sostenitore dei diritti civili e molto presente nella sfera sociale hollywoodiana.

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Berlinale 2016: WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore, MILES AHEAD di Don Cheadle e SAINT AMOUR di Benoit Delepine e Gustave Kerven

 

WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore (Berlinale Special Gala)

Tornato dietro la macchina da presa a sei anni di distanza dall’ultimo Capitalism: A Love Story (2009), Michael Moore prova a dirigere un nuovo documentario dissacrante e politicamente scorretto con il suo solito stile irriverente e satirico. Ciò che in prima battuta sorprende in questo lavoro è sicuramente il tema meno scottante e politicamente necessario rispetto agli altri.

Non si parla di sanità, non si parla di elezioni politiche, di capitalismo o di armi vendute irrazionalmente. Ciò che preme il documentarista è un “semplice” e spietato confronto tra alcune delle caratteristiche migliori scovate in varie nazioni sparse in giro per il mondo e completamente assenti invece sul suolo americano, sul suolo di quello che a più riprese viene definito come il miglior Paese del globo. Moore si spoglia dunque dalle vesti di scopritore di verità scottanti e nascoste per adottare un punto di vista più ingenuo e spontaneo sicuramente idoneo a essere trattato con il soggettivismo e la goliardia che da sempre contraddistinguono il suo cinema. Proprio questa è la qualità maggiore dell’opera che, risultando sicuramente meno affascinante o necessaria di altre, si avvale comunque di un’onestà intellettuale spesso assente nei titoli precedenti firmati dall’autore.

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AMY di Asif Kapadia (2015)

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A distanza di quattro anni dalla scomparsa avvenuta il 23 luglio 2011, arriva nei cinema italiani per soli tre giorni (15, 16 e 17 settembre) Amy, documentario dedicato alla vita della cantante inglese Amy Winehouse, già presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2015 con un inevitabile strascico di polemiche sulla rappresentazione che il film farebbe dell’artista morta a soli 27 anni.

Diretto da Asif Kapadia, già regista dell’apprezzato e pluripremiato Senna, documentario sulla vita del celebre pilota brasiliano, Amy si premura, attraverso interviste e filmati, di restituire la figura della Winehouse per come viene ricordata dall’immaginario comune. Una ragazza dallo smisurato talento vocale, considerata pioniera del nuovo “soul bianco” ma soprattutto un animo fragile e sensibile sempre avvolto da una malinconia che nemmeno la fama ha potuto scalfire. Girato sotto forma di un diario privato e intimo e con un ampio uso di immagini d’archivio, Amy tenta di approfondire i lati meno conosciuti della cantante: ci vengono così mostrati i primi anni di gavetta nei locali londinesi, il desiderio di realizzare musica espressiva e personale contro un’industria musicale che tende a piallare la creatività, fino al rapporto conflittuale con il successo arrivato nel 2007 con l’album Back to Black e il singolo Rehab.

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NYMPH()MANIAC VOL. I di Lars Von Trier (2014)

NYMPHOMANIAC-Character-PosterSi dirà che è troppo facile parlare male di questo film. Si dirà, anzi che è un film fatto apposta per farsi distruggere. Per irritare, provocare e scuotere chissà quali rimossi della coscienza. Si dirà che Lars Von Trier, ancora una volta, gioca a infastidire compiacendosi delle critiche e che criticandolo si farà il suo gioco.

 

Tutto vero e giusto, ma purtroppo non ci sono alternative, o meglio: l’unica alternativa a stroncare Nymph()maniac Vol. I è ignorarlo. Perché è un’opera talmente vacua e priva di contenuti che, in effetti, un’analisi delle sue mancanze potrebbe risultare in uno spreco di tempo ed energie.

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IN GRAZIA DI DIO di Edoardo Winspeare (2014)

in-grazia-di-dio-locandinaOltre due ore che ruotano intorno a una storia familiare ambientata in Puglia ai tempi della crisi, girando a vuoto, senza prendere una direzione precisa: questa è l’impressione che dà In grazia di dio. Verso l’inizio degli anni Duemila Edoardo Winspeare, classe 1965, sembrava dover diventare una grande promessa del cinema di casa nostra: salentino legato a doppio filo alle proprie terre, aveva interessato la critica con Sangue vivo (2000) e Il miracolo (2003), per poi sparire dalle scene fino al 2008 (Galantuomini), dopo il quale si è eclissato nuovamente.

La volontà del regista di raccontare la Puglia ai tempi della crisi vista dallo sguardo corale di una famiglia matriarcale si scontra con il suo stesso desiderio di entrare nello specifico dei personaggi, di scandagliarne la psicologia: il risultato è un’opera raffazzonata, lunga ma poco coesa, le cui intenzioni rimangono nebulose fino alla fine.

 

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YVES SAINT LAURENT di Jalil Lespert (2014)

yves-saint-laurentLe mode passano, lo stile è eterno”.

 

Compito non facile quello di realizzare una pellicola biografica capace di portare sullo schermo le innumerevoli sfaccettature della personalità di un’icona del XX° secolo, attraverso un’accurata rievocazione d’epoca che sappia mettere in luce pubblico e privato. Impresa ardua, per non dire titanica, se dietro la macchina da presa c’è un regista e sceneggiatore impegnato nella sua prima opera di rilevanza internazionale. Con la tendenza a mostrare piuttosto che suggerire, la mise en scène del parigino Jalil Lespert (classe 1976) non riesce a valorizzare con adeguata personalità la classe, l’estro creativo, la genialità assoluta del celebre stilista francese Yves Saint Laurent (1936-2008), uomo fragile e vulnerabile prima ancora che maestro dell’haute couture capace di imporre un inedito ideale di donna dominante e di intersecare moda e Arte in collezioni entrate nella storia.

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BERLINALE 2014 – Tutti i film visti da noi

KeyVisual mit Rahmen IMG 367xVARIn attesa di scoprire a chi andrà l’Orso d’Oro per la sessantaquattresima Berlinale, ecco un riassunto dei film visti dai nostri redattori durante il Festival.

Le nostre preferenze, tra i titoli in concorso, vanno a The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, Boyhood di Richard Linklater e Kreuzweg (Stations of the Cross) di Dietrich Brüggemann.

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BERLINALE 2014 – GIORNO 9

la-belle-et-la-bete-posterSiamo così giunti alla fine anche di questa 64° Berlinale, senza troppi entusiasmi ma con una conclusione decisamente in salita rispetto al piattume degli ultimi giorni. Ancora un film tedesco, Macondo, va a unirsi alla compagine dei titoli in competizione, dove fa l’ingresso anche il Giappone con l’illustre Yoji Yamada e il suo The Little House. Tra i fuori concorso invece spicca la nuova, e inutile, versione di La bella e la bestia con protagonisti glamour: la neo-diva Léa Seydoux e il neo-single Vincent Cassel. In attesa di scoprire domani a chi andrà l’ambito Orso d’Oro, un ultimo sguardo sui titoli della Berlinale 2014.

 

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BERLINALE 2014 – GIORNO 8

no-mans-land-poster-1-733x1024Finalmente si respira aria di cinema vero a Berlino. Oggi infatti è stato presentato Boyhood di Richard Linklater: un progetto monumentale iniziato dodici anni fa che ha seguito passo passo la crescita di Ellar Coltrane, nei panni di Mason. Come se si trattasse di un documentario, ma raccontando una storia di finzione: un’opera innovativa che, è il caso di dirlo, è stata a lungo attesa dai fan del regista. Arriva anche un altro titolo cinese, No Man’s Land, dichiarato omaggio a Sergio Leone di Ning Hao.

 

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BERLINALE 2014 – GIORNO 7

aloft-poster01Neanche l’ingresso dell’Italia serve a dare lustro a questa Berlinale. Il pugliese Edoardo Winspeare porta il suo ultimo In grazia di Dio nella sezione Panorama ma lascia attoniti, con la sensazione di aver visto un film incompleto. Stranisce anche, ma era prevedibile, il regista cult Bruce LaBruce con il surreale e fallocentrico Pierrot Lunaire nella sezione Forum Expanded. In concorso, il cinese Black coal, thin ice ci riporta alla stagione del thriller anni ’90, mentre qualche piccola novità viene da Aloft della regista Claudia Llosa, già Orso d’Oro nel 2009 con La teta asustada.

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BERLINALE 2014 – GIORNO 6

Praia do FuturoAncora niente di nuovo sul fronte tedesco. La sessantaquattresima Berlinale entra nella seconda settimana con lentezza, con inspiegabili scelte da parte dei selezionatori del concorso che puntano su titoli piatti, banali, senza nessuna minima velleità sperimentale. Pellicole che per lo più annoiano o lasciano indifferenti, ma soprattutto che starebbero bene in un qualunque palinsesto televisivo e che non hanno niente del respiro innovativo che si dovrebbe richiedere a un festival di questa importanza.

Stanca fin dalle prime inquadrature il greco Stratos, ennesima figura di villain solitario e sensibile di cui si può fare tranquillamente a meno. Allo stesso modo, sorprende per un’assoluta mancanza di idee l’austriaco Inbetween worlds, il millesimo war drama ambientato in Afghanistan. Un po’ meglio per Praia do futuro, che inizia su un’assolata spiaggia brasiliana e finisce nella piovosa Berlino.

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BERLINALE 2014 – GIORNO 5

Aimer  boire et chanterProcede piuttosto fiaccamente, questa 64° Berlinale. Con l’eccezione di The Grand Budapest Hotel e il toccante Kreuzweg (Stations of the Cross) non si registrano picchi emozionali significativi dalle parti di Potsdamer Platz. Il ritorno dell’ultranovantenne Alain Resnais non entusiasma, ma nemmeno disturba, mentre annoia il primo dei due film cinesi in concorso. L’umorismo nero e un po’ criptico del norvegese In order of Disappearance regala invece qualche risata amarognola, ma nessun palpito cinefilo.

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NYMPH()MANIAC VOL. I di Lars Von Trier (2014)

Si dirà che è troppo facile parlare male di questo film. Si dirà, anzi che è un film fatto apposta per farsi distruggere. Per irritare, provocare e scuotere chissà quali rimossi della coscienza. Si dirà che Lars Von Trier, ancora una volta, gioca a infastidire compiacendosi delle critiche e che criticandolo si farà il suo gioco.

NYMPHOMANIAC-Character-PosterTutto vero e giusto, ma purtroppo non ci sono alternative, o meglio: l’unica alternativa a stroncare Nymph()maniac Vol. I è ignorarlo. Perché è un’opera talmente vacua e priva di contenuti che, in effetti, un’analisi delle sue mancanze potrebbe risultare in uno spreco di tempo ed energie.

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MONUMENTS MEN di George Clooney (2014)

the-monuments-men-poster02Pioggia di stelle alla Berlinale 2014: arrivano in Germania i soldati esperti d’arte di Monuments Men, pellicola presentata fuori concorso e diretta/interpretata da George Clooney. Nel cast, oltre al duttile George, ci sono i premi Oscar Jean Dujardin, Cate Blanchett e Matt Damon e gli eterni Bill Murray e John Goodman.


Tratto dall’omonimo libro di Robert M. Edsel, Monuments Men narra la storia (vera)
del plotone americano, composto da esperti d’arte, che durante la seconda guerra mondiale cercò di recuperare i capolavori rubati dai nazisti (intenzionati a distruggere tutto prima della definitiva resa). L’esperto d’arte Frank Stokes (George Clooney), preoccupato per le devastazioni e i furti che i nazisti stanno compiendo in Europa, riesce a ottenere l’autorizzazione governativa per formare una vera e propria task force di specialisti da impiegare per il salvataggio del patrimonio artistico occidentale. Tra le opere da recuperare, il celeberrimo pollittico dell’Agnello Mistico di Jan Van Eyck e la Madonna di Bruges di Michelangelo.

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BERLINALE 2014 – giorno 2

jack-posterSolitudini diverse, lontanissime tra loro ma ugualmente dolorose e disperate: è il tema della prima giornata di concorso a Berlino.

La solitudine di un soldato britannico nell’Irlanda del Nord, quella di un bambino tedesco nella Berlino contemporanea e quella di un ex detenuto incapace nonostante i tentativi di costruirsi una nuova vita nell’arido New Mexico. Tre film molto diversi tra loro per un unico comun denominatore tematico.

 

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THE GRAND BUDAPEST HOTEL di Wes Anderson (2014)

the-grand-budapest-hotel-poster-vulturePartenza nostalgica per la Berlinale 2014 con l’apertura affidata all’ex bambino prodigio del cinema americano Wes Anderson e al suo The Grand Budapest Hotel. Racconto appassionato e melanconico di una belle époque ormai svanita, volatile e leggera come le tracce della fragranza maschile usata dal mitico concierge Gustave H. (Ralph Fiennes), la pellicola guarda al tempo in cui i Marriott e gli Hilton non spadroneggiavano ancora nel panorama dei resort di lusso. Sulla cima impervia di una montagna in un immaginario stato europeo si arrocca il Grand Budapest Hotel, rifugio dorato della bella gente degli anni trenta: sono in particolare le vecchie dame danarose a prenotarsi immancabilmente una suite per le vacanze, per farsi coccolare da Gustave, gran maestro d’albergo per vocazione, organizzatore impeccabile e impenitente seduttore di anziane dal pingue conto in banca.

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Berlinale 64: apre Wes Anderson ma gli occhi sono tutti per Lars

Berlinale-64-posterSi parte in grande stile a Berlino 64. Il festival tedesco, spesso accusato di offrire meno spunti glamour nel programma rispetto alle altre due importanti kermesse europee – Venezia e Cannes – decide di inaugurare la sessantaquattresima edizione con l’ultima opera di Wes Anderson, The Grand Budapest Hotel,in concorso.

Ambientato, come suggerisce il titolo, in un albergo, il film vede intrecciarsi le vicende del portiere Gustave H. (Ralph Fiennes) accusato di omicidio e della solita sarabanda di weirdos andersoniani: oltre ai collaboratori di lungo corso come Bill Murray, Jason Schwartzman e Owen Wilson, si uniscono al cast anche la giovane Saoirse Ronan, Edward Norton, Mathieu Amalric e una serie di altre glorie, vecchie e nuove, del grande schermo.

Tra i nomi conosciuti, il concorso offre anche spazio al leone francese Alain Resnais con Life of Riley e all’americano Richard Linklater (School of Rock, A Scanner Darkly) con Boyhood, già presentato al Sundance Film Festival, storia di un divorzio e degli effetti sul figlio della coppia. Per il resto, tanta Cina, Germania e qualche co-produzione per una kermesse che, come da tradizione, si concentra su produzioni fuori dal mainstream dei soliti noti.

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