GHOSTBUSTERS di Paul Feig (2016)
“E chi chiamerai?”: una frase che dopo il 1984, anno di uscita del primo Ghostbusters è entrata nella cultura generale, oltre che nel mito. Merito di Ivan Reitman, Harold Ramis, Dan Aykroyd, Bill Murray, Ernie Hudson e Sigourney Weaver, che diedero vita ad un’opera divertente, comica e qualitativamente elevata. A distanza di 32 anni, un reboot al femminile: i dubbi erano parecchi sin dall’annuncio, confermati in maniera decisa dopo la visione.
Le vicende iniziano con Erin (Kristen Wiig), una docente universitaria che ambisce ad una cattedra alla Columbia University. Quando dal suo passato spunta un libro sul paranormale scritto con la sua amica Abby (Melissa McCarthy), viene licenziata. A New York, intanto, iniziano gli avvistamenti di fantasmi, le due amiche decidono quindi di aprire un’attività come acchiappafantasmi.


La prematura scomparsa di Harold Ramis ha intristito tutti. Perché probabilmente con lui se ne va anche un pezzo di storia di un cinema che negli anni ’80 ha spopolato, con la qualità delle riprese, con la geniale inventiva nelle situazioni comiche, con i dialoghi esilaranti. Ed è una beffa enorme pensare che l’attore-sceneggiatore sia mancato proprio nell’anno in cui i Ghostbusters, per altro inventati dallo stesso Ramis e da Dan Aykroyd, compiono 30 anni.
Pioggia di stelle alla Berlinale 2014: arrivano in Germania i soldati esperti d’arte di Monuments Men, pellicola presentata fuori concorso e diretta/interpretata da George Clooney. Nel cast, oltre al duttile George, ci sono i premi Oscar Jean Dujardin, Cate Blanchett e Matt Damon e gli eterni Bill Murray e John Goodman.
Partenza nostalgica per la Berlinale 2014 con l’apertura affidata all’ex bambino prodigio del cinema americano Wes Anderson e al suo The Grand Budapest Hotel. Racconto appassionato e melanconico di una belle époque ormai svanita, volatile e leggera come le tracce della fragranza maschile usata dal mitico concierge Gustave H. (Ralph Fiennes), la pellicola guarda al tempo in cui i Marriott e gli Hilton non spadroneggiavano ancora nel panorama dei resort di lusso. Sulla cima impervia di una montagna in un immaginario stato europeo si arrocca il Grand Budapest Hotel, rifugio dorato della bella gente degli anni trenta: sono in particolare le vecchie dame danarose a prenotarsi immancabilmente una suite per le vacanze, per farsi coccolare da Gustave, gran maestro d’albergo per vocazione, organizzatore impeccabile e impenitente seduttore di anziane dal pingue conto in banca.
Si parte in grande stile a Berlino 64. Il festival tedesco, spesso accusato di offrire meno spunti glamour nel programma rispetto alle altre due importanti kermesse europee – Venezia e Cannes – decide di inaugurare la sessantaquattresima edizione con l’ultima opera di Wes Anderson, The Grand Budapest Hotel,in concorso.