LA GABBIA DORATA di Diego Quemada-Diez (2013)

We do not ride on the railroad; it rides upon us, scriveva Thoreau nel 1854: il treno si imponeva come veicolo di progresso e prepotente, inedito protagonista della nuova socialità, carico di simbolismi e allo stesso tempo fattività legate alle definitive realtà industriali dell’epoca.

Quello che di estremamente affascinante un film come La jaula de oro – La gabbia dorata riesce a evocare in relazione alla ferrovia e ai treni si lega con vigore alla fascinazione nei confronti degli USA e del progresso che però – lungo l’arco della pellicola – non è mai ostentata o idealizzata, bensì caratteristica della schiettezza e della linearità con le quali Diego Quemada-Díez affronta un pericoloso viaggio compiuto, su vagoni e ferrovie, da tre ragazzini di un sobborgo guatemalteco diretti a Los Angeles. Ognuno contiene dentro sé qualcosa di altro (uno è un tronfio dal cuore d’oro, una si traveste da maschietto, il terzo è un indio): uniti da una speranza mai ridondante o esplicita, vittime di un passato difficile che non sfocia mai in retorica o pietismi, il loro unico interesse è quello di continuare a viaggiare verso la destinazione X, senza distrazioni di sorta, interne o esterne al contesto del film stesso, che probabilmente certo cattivo cinema avrebbe garantito sacrificando tutto sull’altare di dialoghi melensi e ricattatori.

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