Indiana Jones e il quadrante del destino di James Mangold, la recensione
di Valeria Morini
“Non sono gli anni, amore, sono i chilometri”, diceva Henry Jones jr. in una celeberrima scena de I predatori dell’arca perduta che nel 1981 apriva la saga dedicata all’archeologo più famoso del grande schermo. Ora pure gli anni sul groppone sono tanti per Harrison Ford (80 all’anagrafe), che nel quinto capitolo Indiana Jones e il quadrante del destino torna per l’ultima volta nei panni di uno tra i personaggi più iconici della storia cinematografica, ennesimo tassello del grande puzzle con cui Disney riprende e riciccia la sua sterminata library. E la domanda che ci poniamo all’uscita da questo film (la stessa già sorta quando nel 2016 si iniziò a parlare di Indiana Jones 5, primo passo di una lavorazione travagliata durata sette anni): qual è il senso dell’operazione?


Sabato 18/01/14, ore 21.30, RAITRE
Erano 20 anni che Hollywood faceva la corte a Orson Scott Card per convincerlo a vendere i diritti del suo best seller fantascientifico Ender’s Game, ma lo scrittore americano aveva sempre opposto resistenza, declinando tutte le offerte. Le cose sono cambiate quando lo stesso Card ha fondato una casa di produzione, la Fresco Pictures, e ha cominciato da solo a scrivere una sceneggiatura per un possibile adattamento cinematografico. Così, grazie all’interessamento della Odd Lot Enterteinment e alla collaborazione dei produttori Roberto Orci e Alex Kurtzman, l’autore californiano ha potuto gestire personalmente la trasposizione cinematografica, scegliendo il regista Gavin Hood ( Il Suo Nome è Tsotsi, Wolverine) e assemblando il cast che più lo convinceva. Ora il film è stato ultimato e si appresta ad uscire nelle sale di tutto il mondo.