CIVILTÀ PERDUTA di James Gray (2016)

The Lost City of Z di James Gray - Il Sole 24 ORE

A tre anni di distanza dal precedente C’era una volta a New York, James Graytorna dietro la macchina da presa e si cimenta nuovamente con il dramma storico. Civiltà perduta infatti racconta la storia di un uomo alla ricerca di una presunta antica e gloriosa civiltà le cui rovine sono nascoste nel cuore della foresta amazzonica. Ossessionato dalla scoperta e innamoratosi della giungla misteriosa che dovrà esplorare, il protagonista trascorrerà tutti i giorni della sua esistenza per cercare di preparare nuove spedizioni e convincere gli studiosi delle sue teorie. Il rapporto con la sua famiglia sarà messo a dura prova e il film insiste notevolmente sulla ricerca dell’identità dell’uomo prima ancora che sulla scoperta della gloriosa città di Z.

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Berlinale 2017: THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki, THE LOST CITY OF Z di James Gray

 

THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki (concorso)

Ci voleva Aki. Dopo diversi giorni trascorsi a fare i conti con un concorso fiacco e pedante, finalmente Aki Kaurismaki riesce a fare centro regalando al pubblico della Berlinale 2017 il film più significativo visto sinora. The Other Side of Hope è un’opera riuscita, completamente calata nel presente storico e che si avvale di una sapienza cinematografica fuori dal comune. Già, perché il regista finlandese sa benissimo dove vuole andare a parare, sa benissimo il messaggio da comunicare, sa benissimo quale struttura narrativa adottare. Eppure la qualità maggiore del suo film (e del suo cinema in generale) è l’apparente leggerezza con cui il cineasta riesce a condurre il progetto. The Other Side of Hope si muove con passo felpato per tutti i suoi minuti, raccontando una storia tanto umana quanto elementare senza rinunciare a un umorismo sottile ma sempre presente, calibrato nel dettaglio con dei tempi comici da antologia e per nulla forzati. Ci si diverte eccome a guardare il film. Ci si diverte mentre poco alla volta si cova dentro sé un sentimento di inadeguatezza nei confronti dei personaggi rappresentati. Ci si fa piccoli piccoli nella poltrona del cinema e un esame di coscienza inizia a lavorare senza che nessuno glielo abbia ordinato.

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C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK di James Gray (2013)

Loc GrayAl di là dei biechi meccanismi adottati dai distributori italiani per tradurre i titoli dei film – in modo da garantire maggiore appeal commerciale – c’è da ammettere che The Immigrant di James Gray, arrivato nelle italiche sale con il titolo C’era una volta a New York , non allontana del tutto la componente fiabesca (sebbene il richiamo principale rimandi a Sergio Leone) dalle proprie priorità stilistiche e narrative. Nel turbolento arrivo a New York City di Ewa Cybulski (Marion Cotillard), immigrata polacca allontanata dalla sorella (e costretta a lavorare nel sottoteatro di Bruno, mecenate e protettore) risiede il cinema di Gray: sopra ogni cosa, la presenza della città.

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Cannes 66 – Giorno 9 e 10. Il ritorno di James Gray
 
MICHAEL KOHLHAAS di Arnaud des Pallières
 

Presentato in concorso Michael Kohlhaas del francese Arnaud des Pallières. Il titolo fa riferimento all’omonimo protagonista del film, un venditore di cavalli del sedicesimo secolo, interpretato da Mads Mikkelsen, che conduce un’esistenza semplice e felice insieme alla sua famiglia. Quando la sua vita tranquilla verrà sconvolta da una grave ingiustizia subita, l’uomo sarà deciso a vendicarsi, e formerà un piccolo esercito pronto a combattere per ristabilire i suoi diritti.

Traendo spunto da un romanzo di Heinrich von Kleist del 1811, Michael Kohlhaas risulta ben presto un prodotto piuttosto piatto e scontato nell’andamento narrativo. Il regista vorrebbe forse proporre un contenuto di denuncia sulle umiliazioni subite dai più deboli, ma il suo messaggio si perde ben presto tra le pieghe di una sceneggiatura scritta frettolosamente.

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