La chiamata dal cielo, la recensione dell’ultimo film di Kim Ki-duk

LA CHIAMATA DAL CIELO (Kim Ki-Duk) • Sale della Comunità

“Per questo faccio film: tentare di comprendere l’incomprensibile.” Kim Ki-duk

Si può lottare contro il proprio destino? La nostra natura può cambiare? Avendo tutte le informazioni riusciremmo a prendere decisioni diverse? L’ultimo film di Kim Ki-duk parla ancora una volta della natura umana e ci mette alla prova facendoci vedere un rapporto di coppia estremo e pericoloso, di cui i due protagonisti non sanno fare a meno, anche se avrebbero la possibilità di compiere scelte diverse.

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Venezia 71: ONE ON ONE di Kim Ki-duk e 99 HOMES di Ramin Bahrani

ONE ON ONE di Kim Ki-duk (2014)

one-on-oneFilm di apertura della rassegna Giornate degli autori, sezione autonoma promossa dalle associazioni dei registi e degli autori cinematografici italiani Anac e 100autoriche che si affianca alla programmazione ufficiale della Mostra del cinema di Venezia, One on One è l’ultima opera di Kim Ki-duk, presente al Lido per il terzo anno consecutivo, dopo il Leone d’Oro ottenuto nel 2012 per lo stupendo Pieta e il clamore suscitato l’anno scorso con il controverso Moebius, presentato nella sezione Orizzonti. Questa volta, però, ilfurore artistico del cineasta coreano appare subordinato ad una vicenda dal taglio così esplicitamente politico da risultare didascalico, appesantito da una fitta rete di dialoghi che fa rimpiangere l’ascetica geometria silente della sua opera precedente. Proseguendo una poetica sulla ferita e la tortura del corpo probabilmente giunta al capolinea, Kim mette in scena una storia in cui parossistica violenza e desiderio di vendetta si compenetrano per denunciare gli orrori della sopraffazione derivante dal comando dittatoriale praticato da un gruppo di militari ai danni di (presunti?) innocenti in seguito allo stupro di una ragazza. Le insostenibili efferatezze che si susseguono sullo schermo turbano senza sconvolgere, il ricorso morboso allo shock-a-tutti-i-costi appare ormai logoro, la noia dilaga. L’ambiguità di fondo nel denunciare la corruzione presente nella Corea contemporanea colpisce nel segno ma certo non basta a risollevare le sorti di un film in cui l’espiazione delle proprie colpe e il ribaltamento di prospettiva vittima/carnefice suona come l’ultimo, disperato appiglio a cui un grande regista cerca di aggrapparsi prima di affogare nel mare delle proprie stantìe ossessioni.

Voto: 2/4

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MOEBIUS di Kim Ki-duk (2013)

locandina-moebiusSabato 05/04/14, ore 1.20, RAITRE

 

“I am the father, the mother is I, and the mother is the father.” La disgregazione di una famiglia analizzata dall’occhio spietato di Kim Ki-duk.

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RED FAMILY di Lee Ju-hyoung (2013)

 Red family, la famiglia rossa. Ovvero quattro spie nordcoreane che fingono di avere legami di consanguineità, infiltrate nella Corea del Sud per punire i disertori in fuga dal loro paese. Costretti dal governo di Pyongyang ad uccidere, pena la morte dei loro cari, si ritrovano ad avere rapporti di vicinato con una famiglia vera e disgraziata, minata da debiti e continui e feroci litigi, libera però di provare sentimenti e lasciarsi andare alle emozioni. Il contatto provoca la crisi: in preda ai dubbi, i punitori saranno costretti a fare i conti con le loro coscienze e con la presunta “giustizia” veicolata dai capi.

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MOEBIUS di Kim Ki-duk (2013)

moebius locandinaSpesso il cinema si è interrogato sul valore feticistico del filmare, powellianamente concepito come attrazione scopofila verso la morte al lavoro o inscritto dentro dinamiche di innocenza/colpevolezza nell’opera di cineasti come De Palma o Haneke. L’ultima devastante opera di Kim Ki-duk, fuori concorso a Venezia e già in uscita nelle sale italiane, rielabora molte di queste ossessioni alla luce di una poetica, come quella del regista coreano, unica nel panorama cinematografico internazionale.

Moebius è il tassello più estremo all’interno di una filmografia già tra le più radicali del cinema contemporaneo. Loop allucinato di incendiaria intensità, parabola di soppressione/sublimazione del desiderio sessuale che continuamente si riavvolge su se stessa, catartico e violentissimo itinerario verso una ridefinizione profonda del senso ultimo del filmare, amputazione di qualsiasi linguaggio verbale dal corpo del film, che scopre di poter vivere soltanto di gesti, rumori, sguardi.

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PIETA’ di Kim Ki-duk (2012)

  pietaNon pensi mai, scultore né artefice raro, potere aggiungere di disegno né di grazia, né con fatica poter mai di finezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michelagnolo vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte

Giorgio Vasari, parlando de La Pietà di Michelangelo

 

Kim Ki-duk è tornato. È tornato davvero. Al suo livello. In pochi l’avrebbero pronosticato dopo l’evento che lo allontanò dal mondo del cinema nel 2008. La storia è cosa nota: durante le riprese di Dream, la quindicesima poesia di Kim, un incidente sul set mise a rischio la vita di un’attrice del cast. Da quel momento, il regista sparì in una sorta di ritiro spirituale, una parentesi catartica raccontata nel documentario autobiografico Arirang, che poco più di un anno fa segnò il ritorno dell’autore coreano sulle scene mondiali. A Cannes, dove vinse il premio della sua categoria. Ma da quel luogo, innevato e surreale, dove l’abbiamo visto, nel documentario sopracitato, piangere, mangiare, soffrire, Kim sembra essere sceso realmente soltanto oggi.        

 

 

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