Jay Kelly di Noah Baumbach, la recensione del film con George Clooney e Adam Sandler
di Valeria Morini
Su Netflix
Un attore di Hollywood celeberrimo e affermato in apparenza ha tutto quello che potrebbe desiderare. In realtà è pluridivorziato, le figlie si stanno allontanando da lui, il rapporto con il padre non è idilliaco e il suo unico vero amico è il suo manager, sua ombra e spalla in ogni occasione. La morte del regista mentore che lo lanciò nel cinema e l’incontro con un ex collega e amico di cui ha involontariamente bloccato la carriera lo spingono a imbarcarsi in un viaggio sui generis tra Francia e Italia, per “inseguire” la figlia in vacanza e ritrovare se stesso nel “mondo reale”. Jay Kelly di Noah Baumbach è esattamente quello che ti aspetteresti: George Clooney che interpreta sostanzialmente George Clooney, in un film sugli aspetti più alienanti e negativi del successo e che, più che una satira contro Hollywood, è un lavoro intimista sul percorso umano di una star in crisi.
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Dopo il passaggio all’ultima Berlinale, il 31 Torino Film Festival ospita il ritorno di uno dei più noti esponenti di quel cinema low budget, molto Sundance style, che ha un pubblico di nicchia ma porta quasi sempre il marchio di “cult” stampato sulla propria carta d’identità. Parliamo di Noah Baumbach, sodale di Wes Anderson (co-sceneggiatore di molti suoi film) e regista di Il calamaro e la balena, Il matrimonio di mia sorella e Lo stravagante mondo di Greenberg. L’universo dell’autore newyorchese, dallo stile meno ricercato rispetto a quello di Anderson – cui viene costantemente associato – è popolato di nuclei familiari disfunzionali (soprattutto nei primi due titoli citati) e antieroi immaturi che non riescono a fare i conti con le responsabilità della vita.