Racconto di due stagioni, la recensione del film di Nuri Bilge Ceylan
di Giulia Pugliese
“Ha salvato due mucche e poi ha sparato al mio cane”.
“E perché l’avrebbe fatto?”
“Non lo so, perché è un essere umano”
Nuri Bilge Ceylan è un autore raro che fa opere monumentali per il minutaggio e per i temi complessi, le dissertazioni che i personaggi fanno sul senso della vita ci toccano tutti da vicino e smuovono corde all’interno del nostro essere. Impossibile rimanere indifferente ai dolori e ai dubbi dei personaggi che mette in scena, spesso queste figure rappresentano qualcosa di più di loro stesse, sono degli archetipi, delle metafore o dei paradossi. Il regista ha sempre guardato con bonarietà i personaggi creati dalla sua mente: per quanto questi si illudano di verità impossibili come il procuratore di C’era una volta in Anatolia, o di essere migliori di quello che sono, come Aydin de Il regno d’inverno, c’era sempre una certa benevolenza negli occhi dell’autore che li aveva messi in scena e di riflesso anche da parte nostra, perché in fondo sappiamo che anche noi ci raccontiamo delle mezze verità. Persino quando ci presenta assassini, ubriaconi o giocatori incalliti, ci mostra sempre il loro lato più umano e a volte le persone ai margini della società sono migliori di quelle che stanno al vertice.
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WINTER SLEEP di Nuri Bilge Ceylan (2014)