Mostri che ridono: i clown più inquietanti della storia del cinema

 

La cosa che in questo mondo può essere più orrida è la gioia

                                                                       Victor Hugo, L’uomo che ride

L’uscita del nuovo IT al cinema fa rivivere nei trentenni di oggi (compresa chi scrive) uno dei traumi infantili più terrificanti: la paura dei clown, quei personaggi colorati e rassicuranti che dovrebbero divertire i bambini e che il genio folle di Stephen King, con il suo Pennywise, ha trasformato per sempre in figure demoniache. Esiste addirittura un termine scientifico, coulrofobia, per definire un irrazionale terrore dei pagliacci, fenomeno che King intercettò per creare il protagonista del suo romanzo, ispirato in parte a Roland Mc Donald e alle gesta orribili di John Wayn Gacy, un serial killer americano che nel tempo libero animava le feste travestito da Pogo il Clown. Ma ben prima di Pennywise altri pagliacci hanno fatto rabbrividire gli schermi e ciascuno di loro ha portato sensazioni inquietanti, nascoste dietro la fissità impenetrabile del cerone, chi per crudeltà, chi per un tragico destino. Riscopriamo insieme alcuni tra i clown più disturbanti della storia del cinema.

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IT – L’ORRORE SFUGGENTE DALLE PAGINE ALLO SCHERMO

  

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse anche di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti.

Stephen King, It

Era il 1986 quando It, romanzo cult horror, venne pubblicato. Circa 1240 pagine scritte da Stephen King, che cambiarono per sempre la concezione mainstream del genere, raggiungendo anche i non appassionati in senso stretto. Una vera e propria Bibbia, un apologo sulla perdita dell’innocenza, sul passaggio all’età adulta, sull’adolescenza come rito simbolico di appropriazione e necessaria privazione, sull’infanzia violata, sull’ombra di maligna ipocrisia propria di ogni cittadina di provincia.

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