Il mondo di Tim Burton in mostra al Museo del Cinema di Torino

Mostra di Tim Burton | al Museo del Cinema

Grandi notizie per gli amanti del cinema di Tim Burton: in Italia sbarcherà una mostra interamente dedicata al visionario regista americano e al suo immaginario dark e originalissimo. La location è il Museo Nazionale del Cinema di Torino, già di recente al centro di un’esposizione dedicata a Dario Argento. Gli spazi unici al mondo della Mole Antonelliana saranno la cornice per IL MONDO DI TIM BURTON, mostra curata da Jenny He in collaborazione con la Tim Burton Productions, per la prima volta in Italia. Correte pertanto a segnarvi le date: dal 10 ottobre 2023 al 7 aprile 2024 (Torino Film Festival compreso, dunque).

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Mostri che ridono: i clown più inquietanti della storia del cinema

 

La cosa che in questo mondo può essere più orrida è la gioia

                                                                       Victor Hugo, L’uomo che ride

L’uscita del nuovo IT al cinema fa rivivere nei trentenni di oggi (compresa chi scrive) uno dei traumi infantili più terrificanti: la paura dei clown, quei personaggi colorati e rassicuranti che dovrebbero divertire i bambini e che il genio folle di Stephen King, con il suo Pennywise, ha trasformato per sempre in figure demoniache. Esiste addirittura un termine scientifico, coulrofobia, per definire un irrazionale terrore dei pagliacci, fenomeno che King intercettò per creare il protagonista del suo romanzo, ispirato in parte a Roland Mc Donald e alle gesta orribili di John Wayn Gacy, un serial killer americano che nel tempo libero animava le feste travestito da Pogo il Clown. Ma ben prima di Pennywise altri pagliacci hanno fatto rabbrividire gli schermi e ciascuno di loro ha portato sensazioni inquietanti, nascoste dietro la fissità impenetrabile del cerone, chi per crudeltà, chi per un tragico destino. Riscopriamo insieme alcuni tra i clown più disturbanti della storia del cinema.

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LEGO BATMAN – IL FILM di Chris McKay (2017)

 

L’enorme e meritato successo di The Lego Movie ha permesso che le aspettative per un film stand alone su Batman fossero molto alte, anche per il fascino che il Cavaliere Oscuro esercita per sua natura. Ripetetersi, si sa, non è mai semplice, ma con Batman di mezzo tutto è possibile. La situazione a Gotham è nota: Joker tenta di conquistarla, alternandosi con il villain di turno fuggito dall’Arkham Asylum, e puntualmente Batman riesce a sventarne i piani. Da solo. Quando il commissario Gordon va in pensione, però, la situazione cambia: sua figlia Barbara diventa capo della polizia, mettendo in crisi le certezze del Cavaliere Oscuro. Uno schema narrativo da superhero movie zeppo di citazioni – alcune anche molto raffinate e certamente non immediate – è il valore aggiunto di Lego Batman – Il Film, pellicola che a tutti gli effetti si presenta come la versione curata e di maggior qualità degli altri mediometraggi presentati dalla Lego con protagonista Batman, creati sulla scia del successo del videogioco Lego Batman 2.

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MISS PEREGRINE – LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI di Tim Burton (2016)

 

Con notevole ritardo (negli Usa in questi giorni è in uscita l’edizione home video) arriva nelle sale la nuova opera di Tim Burton, a due anni di distanza da Big Eyes, con un carico di aspettative non indifferente, contando che la base della pellicola è un romanzo tra i più burtoniani che siano stati scritti: La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs. Dalle pagine del libro prendono inizio le vicende di Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, che vede protagonista il giovane Jacob (Asa Butterfield), ragazzo curioso molto legato a suo nonno (Terrence Stamp), che gli lascia dei documenti e delle foto molto particolari, su cui il ragazzo decide di indagare. Si trova dunque al cospetto di Miss Peregrine (Eva Green) e dei suoi ragazzi particolari, ognuno con la sua abilità e con i suoi segreti: scoprirà anche che ci sono delle creature mostruose desiderose di ucciderli.

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ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO di James Bobin (2016)

Sono passati 5 anni da quando Tim Burton portava nelle sale il suo Alice in Wonderland, rivisitazione di un’opera visionaria che, tuttavia, il regista di Burbank realizzò con il freno a mano tirato, pur lasciando tracce evidenti della sua autorialità e del suo inconfondibile tocco visivo. In un periodo zeppo di riadattamenti live action, la ghiotta occasione di un sequel è difficile da lasciarsi scappare, anche se il fallimento sembrava segnato, e le conferme arrivano già dopo poche sequenze.

Tanti cambiamenti: Burton è produttore, James Bobin è regista e ora Alice (Mia Wasikowska) è ormai cresciuta, diventata capitano di marina, profonda conoscitrice degli oceani e rispettata su ogni nave. Tuttavia, al ritorno dopo un lungo viaggio, scopre che la situazione a casa è precipitata dal giorno della sua partenza e la giovane Alice si troverà di fronte ad un bivio: vendere la nave di suo padre o perdere la casa dove è cresciuta e dove vive sua mamma? Non bastasse questo, Wonderland è in pericolo, il Cappellaio Matto (Johnny Depp) è nei guai e l’unica a poter risolvere la situazione è proprio lei.

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EDWARD MANI DI FORBICE compie 25 anni: la favola-capolavoro di Tim Burton

 

Perché nevica, nonna?

Una domanda semplice, posta da una bambina in una fredda notte d’inverno. E come vuole la tradizione del mito, è necessario raccontare una favola per dare una spiegazione soddisfacente ed esaustiva. Non è quindi un caso che la prima immagina sia il logo della 20th Century Fox in mezzo ad una copiosa nevicata, che da ghiaccio diventa una pioggia di biscotti, sulle meravigliose note di Danny Elfman (che con questa colonna sonora perfetta e indimenticabile raggiunge uno degli apici della sua carriera, contribuendo non poco alle emozioni che questo film regala), che introducono quello che, a tutti gli effetti, è il vero capolavoro del Tim Burton che fu, Edward mani di forbice.

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BIG EYES di Tim Burton (2014)

big eyes locandinaOgni volta che al cinema arriva un film di Tim Burton è grande attesa: l’arruffato cineasta di Burbank, detentore di uno straordinario e personalissimo tocco, ha il merito di riuscire a rendere speciali e inequivocabilmente “burtoniane” anche le sue pellicole meno riuscite, regalando sempre gradevoli visioni.

Non fa eccezione il pur discontinuo Big Eyes, incredibile ma vera storia della pittrice Margaret Keane (Amy Adams), autrice di una famosa serie di bambini ritratti con occhi enormi, frodata della propria opera dall’istrionico marito Walter (Christoph Waltz), artista fallito, che si prese meriti, onori e gloria al suo posto.

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75 ANNI DI BATMAN

Batman LogoEra il 1939 quando Bob Kane ideò per la DC Comics un eroe dark, che agisce durante la notte come giustiziere mascherato da pipistrello. Da quel maggio sono passati 75 anni e Batman è diventato uno dei supereroi più amati, secondo solamente a Superman in quanto a fama. Le origini sono chiare, poi raccontate in maniera impeccabile da Christopher Nolan in Batman Begins (2005): figlio dei miliardari Thomas e Martha Wayne, il piccolo Bruce assiste alla morte dei suoi genitori all’uscita del teatro, e il trauma di quella serata lo accompagnerà per tutta la vita: decide quindi di combattere il crimine, perché atti del genere non accadano più. Burton ha invece raccontato di come l’assassino fosse un giovanissimo Jack Napier, poi divenuto Joker, ma le visioni a riguardo restano molteplici. La scelta del pipistrello, comunque, è un simbolo di paura, che possa incutere timore anche solo con la sua ombra ai malviventi, che tremino al solo pensiero di poterlo incontrare.

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BIG FISH: da Daniel Wallace a Tim Burton

bigfish2Di norma sarebbe il contrario, ma ci sono casi rari in cui la letteratura si trova ad essere solo un’ispirazione per  il cinema, un punto di partenza da cui scatenare il talento dell’arte visiva, amplificando l’effetto della parola scritta, che si discosta a volte, per regalare emozioni più grandi a chi si appresta ad ascoltare una storia che crede già vista e che in realtà quasi non conosce. Questo è il caso di Big Fish, un romanzo del 1998 che l’esordiente Daniel Wallace scrisse in memoria di suo padre, trasformato in un capolavoro assoluto dal talento di Tim Burton – dopo aver sfiorato Steven Spielberg – nel 2003, con un film omonimo girato proprio poco dopo la morte di entrambi i genitori, tra il 2000 e il 2002. Di fatto, tra le due opere, si potrebbe dire che un contatto avviene solo per le linee guida, più un soggetto base che una sceneggiatura, che Burton ha reso un’opera indimenticabile.

 

“Il giorno in cui Edward Bloom nacque, venne la pioggia.”(Big Fish, Daniel Wallace, 1998, p. 14)

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Sleepy Hollow: la leggenda che ha ispirato Disney, diventata un capolavoro di Tim Burton

Locandina Sleepy“In seno ad una di quelle vaste anse che segnano la riva orientale dell’Hudson, dove il fiume si espande in quel vasto specchio d’acqua che gli antichi navigatori olandesi chiamarono il Tappaan Zee, e dove essi sempre ammainavano prudentemente le vele e si raccomandavano alla protezione di San Nicola, sorge una cittadina…” (Incipit a Sleepy Hollow, Washington Irwing, 1819)

 

Ci sono storie che entrano facilmente nel mito, nell’immaginario comune, tramutandosi anche in ciò che non sono, quasi fossero fiabe che si trasformano grazie all’incessante passaparola di chi le ama e desidera tramandarle. Intorno a queste storie si forma una sorta di aura di intoccabilità, quasi ammirazione idealizzante che rischia di scontrarsi poi con la realtà dei fatti: è il caso di La leggenda della valle addormentata, meglio conosciuta come Sleepy Hollow, racconto breve di Washington Irwing divenuto in poco tempo leggenda. Non è un caso, infatti, che sin dagli albori del cinema – The Legend of Sleepy Hollow è del 1908, seguito da un film omonimo nel 1912 – ci sia stato un enorme interesse per questa storia, che ha raggiunto l’apice con la trasposizione cinematografica di Tim Burton, Il mistero di Sleepy Hollow, del 1999, con Johnny Depp nei panni di Ichabod Crane e Christina Ricci come Kathrina Van Tassel. Il lavoro che Burton ha svolto sull’opera è straordinario, tanto da portare anche lo scenografo Rich Heinrichs alla conquista del premio oscar, ma procedendo con ordine è giusto partire dall’animazione, che, grazie ad un film Disney del 1949, per prima ha contribuito a divulgare tra i più piccoli il racconto di Irwing.

 

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TIM BURTON’S NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS: 20 anni dopo il Re delle Zucche è sempre Jack

 ‘Twas a long time ago,
Longer now than it seems
in a place that perhaps
you’ve seen in your dreams
For the story that you are about to be told
began with the holiday worlds of old
Now, you’ve probably wondered
where holidays come from.
If you haven’t I’d say
it’s time you begun.
For the holidays are the result of much fuss
and hard work from the worlds that create them us
Well you see now, quite simply
that’s all that they do,
making one unique holiday
especially for you
But once, a calamity ever so great
occured when two holidays met by mistake

 

 

E una porta a forma di zucca si apriva, portandoci per la prima volta in mezzo a fantasmi, streghe e mostri danzanti, spaventosi, ma allo stesso tempo affascinanti, rapendo i nostri occhi, prima del nostro cuore. Questo l’incipit – già di per sé da manuale di cinema – del film che ha cambiato la storia dell’animazione stop motion, che fino ad allora si credeva morta dai tempi di Ray Harryhausen, da molti consideratone l’inventore e padre. Tim Burton, che di Harryhausen è grande estimatore sin dall’infanzia, decide di realizzare finalmente un film interamente con questa complessissima tecnica d’animazione, fino a quel momento utilizzata solo per un cortometraggio, Vincent, nel 1982, quando ancora era animatore alla Disney.

 

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FRANKENWEENIE di Tim Burton (2012)

locandina frankenweenieSono innumerevoli i motivi per cui Tim Burton deve essere considerato un grande autore, senz’altro uno dei migliori attualmente in circolazione. Uno di questi è la passione autentica, il cuore che mette in ciascuna delle proprie opere, senza mai dimenticarsi le proprie radici, i propri riferimenti, dei quali, con gli occhi di un eterno e spettinato ragazzino, resta profondamente innamorato a dispetto del tempo che passa. Mai cinico, sempre sincero, Burton ha fatto intrinsecamente sua l’arte dell’omaggio in tutte le sue forme. Dai remake (La fabbrica di cioccolato del 2005, il meno riuscito Il pianeta delle scimmie del 2001) alle riletture (Alice in Wonderland, 2010, il meraviglioso Sweeney Todd, 2007), fino alla sua ultima opera, divertito tributo a una dimenticata serie tv della sua infanzia, il controverso Dark Shadows (2012), passando per le innumerevoli citazioni dei classici dell’horror, il regista di Burbank è uno dei più splendidi e grati esemplari di fan mai esistiti. Per non parlare della devozione assoluta tributata agli idoli in carne e ossa del suo passato di cineamatore, da Vincent Price a Christopher Lee, passando per Ed Wood e Bela Lugosi, onnipresenti numi tutelari della sua ricca filmografia.

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DARK SHADOWS di Tim Burton (2012)

 

 

In ogni regista che si rispetti si nasconde un piccolo cinefilo morbosamente attaccato ai propri feticci autoriali. Se il regista in questione è Tim Burton poi, non sorprende che nel suo immaginario si celi, insieme all’amore per il gotico e Vincent Price, un’ossessione per una curiosa soap opera televisiva horror degli anni ’60.

 

Condensare le 1225 puntate di Dark Shadows, e le relative contorte vicende, in un unico film può sembrare però un modo rischioso di celebrare la serie, ma del resto Burton non è mai stato tipo da sottrarsi al rischio.

 

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FRANKENWEENIE di Tim Burton (1984)

Frankenweenie (1984) | MUBI

Il mondo alla rovescia è un noto topos che fin dal Medioevo, come insegna Bachtin, ricorre in arte e letteratura, e ci restituisce una realtà totalmente alterata e contraria rispetto ai valori e ai costumi tradizionalmente accettati/accettabili. L’universo di Tim Burton può senza dubbio alcuno classificarsi come il mondo alla rovescia più oscuro e affascinante del cinema contemporaneo e fin dalle sue origini si può notare come il ribaltamento delle convenzioni sia questione assai urgente, quasi irrinunciabile per il regista-disegnatore di Burbank. Il suo primo mediometraggio, Frankenweenie, è del 1984, e tuttavia già contiene tutti quei topoi che ne costituiscono, consolidandosi in breve tempo, lo stile inconfondibile: l’ossessione per il mostruoso, l’immaginario gotico, fatto di silouhettes inquietanti e cimiteriali, ma soprattutto il mondo alla rovescia, per cui ciò che sembra buono e rispettabile è in realtà corrotto, come una mela che nasconda sotto la buccia lucida un brulicare di vermi, e ciò che sembra non conforme, o per meglio dire anti-conforme, sgraziato, socialmente inadatto contiene, a ben guardare, la vera essenza del bello, in senso morale soprattutto.

 

 

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