Tár di Todd Field, la recensione del film con Cate Blanchett

Tàr: Se il predatore sessuale di turno è Cate Blanchett | Wired Italia

“Non conosco nessuno che valga più di me” Gustav Malher

Il film racconta la parabola discendente del direttore di orchestra e compositrice Lydia Tár (Cate Blanchett), donna di successo, piena di sé e capace di reale crudeltà (vedi la scena con la compagna di classe della figlia). Sotto la sua immagine fredda, perfetta e dalla disciplina ferrea si nasconde un personaggio sfaccettato ma imprigionato nella sua convinzione di essere la migliore, incapace di provare sentimenti reali (tranne per la figlia Petra, unico aspetto che la rende umana) e di lasciarsi andare.

Il concept del film è vivisezionare la vita di Tár riprendendo in parte l’idea di Cléo dalle 5 alle 7 e di Jeanne Dielmen, film dove le due protagoniste sono seguite in ogni preciso momento dalla telecamera, anche nei loro gesti quotidiani e non necessari. La stessa cosa viene fatto con Tár, seguiamo le prove, i momenti in famiglia, quando crea, le interviste, tutto ci aiuta a mettere a fuoco il personaggio e la sua vita.

Il film inizia proprio con la presentazione dei successi di Tár, con elogi e ossequi di chi le sta intorno, le relazioni di Tár si basano sulle lusinghe che lei riceve, ma piano piano il focus cambia e la gabbia dorata di privilegi di Tár viene smantellata per lasciare spazio alla verità del personaggio: una donna con un ego gigante, in delirio di onnipotenza che la porterà ad autosabotarsi. E si arriva al vero quesito del film: quanto siamo disposti a mettere sul piatto per avere successo? Avere un talento smisurato ci permette di passare sopra agli altri? È possibile avere potere e non usarlo per averne di più?

Il film ha una forza espressiva molto forte e innumerevoli pregi: in primis regalare a Cate Blanchett (giustamente vincitrice della Coppa Volpi a Venezia 2022, dove il film è stato presentato), una delle sue interpretazioni più belle, un personaggi femminile unico e inedito per il cinema moderno, una moderna Margo Channing della musica disposta a tutto per rimanere a galla e a usare il suo potere per prendersi tutto quello che può prendersi. Un grande merito è anche la regia di Todd Field, varia e articolata per un film che si basa su moltissimi interni e dialoghi, che dà una sorta di concitazione, movimento e dinamicità del film. La sua protagonista pone sempre un’enfasi rimarchevole sul fatto che non è una minoranza, che non ha subito discriminazione, Tár è una moderna amazzone che si nasconde in comportamenti maschili e abiti che la coprono, ha totalmente messo da parte il suo genere. È l’emblema dell’idea che una donna per riuscire ad avere successo deve avere comportamenti maschili, se ne appropria di tutti.

Due aspetti sono particolarmente interessanti. La scena in cui la protagonista fa una lezione alla Julliard e si tocca l’argomento della cancel culture: uno studente decide di non suonare Bach perché maschilista etero cis bianco. Tár parla con noi, guardando la platea ed esprimendo il concetto che l’arte deve essere scissa dalla vita dell’artista e che ci sono epoche ed epoche, il rischio per un artista è di non essere valutati per la propria arte, ma di essere valutati con standard diversi. Questo concetto nel film viene spiegato in maniera chiara, appassionata e pacata senza estremismi. Collegato a questo, velatamente nel film si parla della storia della Germania dalla de-nazificazione alla caduta del muro in maniera molto critica, penso che sia interessante dare una prospettiva così europea e locale, specie guardandolo dalla parte degli artisti. Ora la Germania, e Berlino, è culla di arte e cultura, ma pensiamo a cosa si è dovuti passare per arrivare a questo e c’è il rischio di tornare indietro.

Un altro pregio/difetto del film è la varietà di riferimenti per lo più musicali e culturali che lo rende alieno al grande pubblico, facendolo diventare quasi un film di settore e creando una sorta di impossibilità per lo spettatore ad entrarci, un’alterità per cui fondamentalmente lo spettatore non può completamente essere assorbito e rivedersi nel personaggio di Tár. Allo stesso tempo la grande specificità impreziosisce e arricchisce il film, facendoci entrare in un mondo che per molti è inedito, quello delle grandi orchestre classiche, e rendendo il film ben documentato.

Il paragone tra Tár e Gustav Mahler è interessante in quanto Mahler è un avanguardista perché traghetta la tradizione tedesca al modernismo, come Tár è per lo più un direttore d’orchestra e compone poco, come Tár è abituato a dominare e a castrare chi sta vicino a lui, tanto da impedire alla moglie Alma Schinder di continuare a comporre la sua musica. Come Tár, Mahler è un uomo diviso tra le sue origini ebraiche e la tradizione austro-tedesca. Lydia Tár invece è un americana trapiantata a Berlino, città che adora, tuttavia nei moltissimi momenti in cui parla in tedesco si sente profondamente che lei non appartiene a quel luogo.

Mahler è anche stato in terapia da Freud; anche noi, proprio come moderni psicanalisti, analizziamo sogni, paure, compulsioni, bestie che provano ad aggredire la protagonista. Tuttavia la grande mancanza del film è proprio omettere l’aspetto psicologico della protagonista, che si alla fine esprime i suoi sentimenti, ma in una maniera che non permette allo spettatore di riuscire ad empatizzare con lei, quindi poi di provare un sentimento di sconfitta. La protagonista antipatica e villain non riesce neanche a tirarci fuori un sentimento d’odio nei suoi confronti. Se il risultato del film era una visione karmika della vita, il film fallisce.

Tár si perde nella sontuosa messa in opera, nei dettagli e in tante idee senza centrare davvero un punto centrale: la condanna di un sistema? La condanna della sua protagonista? La condanna della cancel culture? Tutto questo assieme? Tár, di cui l’anagramma del nome è Rat, è un impostore? Alla fine la sensazione è che il film è bello, ma cosa avrà voluto dire? Occasione mancata.

Voto: 2,5/4

Giulia Pugliese