Tenet di Christopher Nolan, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Senza giri di parole, il punto più basso della carriera di Nolan. Confuso anziché complesso, contorto ai limiti dell’incomprensibilità, estenuante e frastornante, tracimante di spiegoni e scemenze monumentali, di una freddezza frustrante, leccata, compiaciuta.

In Tenet c’è tutto quello che nel cinema non vorresti mai trovare: automi imbellettati che si muovono robotici nei loro abiti Armani snocciolando spiegazioni assurde senza partecipazione né umanità, cieli plumbei, molto plumbei che fanno tanto ‘cinema impegnato’, scenari da videogame, zero sentimenti, infinite farneticazioni, cattivoni azzimati con barbetta rifinita degni del peggior Bond che ringhiano in russo “Come preferiresti morire?”, totale ed implacabile mancanza di qualsivoglia forma d’umorismo o levità (tipico di Nolan: semplicemente non è in grado), gente che illustra cose senza sosta per due ore e mezza filate (la prima regola d’oro del cinema, si sa, è mostrare e non spiegare: regola che Nolan continua deliberatamente ad ignorare), botti fragorosi per mascherare l’inconsistenza di fondo uniti alla pressoché assoluta incapacità di trasformare lo stile in qualcosa capace di parlare alla mente e al cuore (deficienza in triste contrasto con il fascino e l’ambiguità delle opere della gioventù).

Vedete, quando guardate un film di Nolan e vi sentiti inadeguati perché capite poco o nulla, tranquilli: non è vostro il problema, perché sono pellicole volutamente e spocchiosamente congegnate per disorientarvi e mettervi automaticamente in una posizione d’inferiorità. Il trucco è tanto semplice quanto perverso: ti bombardo di una miriade d’informazioni scientifiche o pseudo tali che faticherai a seguire e che ti faranno pensare a quanto sono bravo e a quanto è intelligente e sofisticato il mio cinema, mentre io (come d’altronde già avvenuto in Inception) cambierò continuamente e scorrettamente le regole che tu, spettatore, finirai per accettare passivamente fino a reagire come un cane di Pavlov.

“Non cercare di capirlo: sentilo”, dice un personaggio a un certo punto della narrazione ad un monolitico John David Washington (una sfinge): ma non è possibile, perché siamo intrappolati.

Per intenderci: Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson, è senz’ombra di dubbio uno dei film più belli e complessi usciti in tempi recenti, e questo non perché parli di temi inaccessibili, tutt’altro: ma perché sono complessi i sentimenti che rappresenta e imprevedibili le dinamiche con cui si manifestano, mentre il cinema di Nolan è complesso per il mero gusto di esserlo, per stupire i boccaloni: uno specchietto per le allodole che cela un vuoto disarmante.

Perché Nolan, che continua a scomodare Kubrick e a mirare ad altezze vertiginose, vorrebbe fare l’autore impegnato che riflette sul tempo e sulla memoria (forse non conosce Resnais: per dire…), ma è la prima vittima del suo ego smisurato e delle regole ferree del blockbuster ipertrofico in cui questo trova sfogo: e sfornando un simile pasticciaccio dopo un film terso e appassionante come Dunkirk, che a suo modo è già un classico e che qualcosa da dire ce l’aveva realmente, pur non esente dai suoi fastidiosi vezzi e contorcimenti inutili, lo smacco è ancor più netto e catastrofico.

Ci sono poche certezze nella vita, ma una è sicuramente questa: il genio non s’accompagna mai all’indecifrabilità.

Nolan si crede genio, ma sono solo tediose chiacchiere.

Voto: 1/4