TFF 2015: BROOKLYN di John Crowley e A SIMPLE GOODBYE di Degena Yun

 

BROOKLYN di John Crowley (2015)

All’inizio degli anni Cinquanta, dalla piccola e provinciale Irlanda all’affollata e ben più moderna America il passo era tutt’altro che breve. Specialmente per la giovane e ingenua Eilis (Saoirse Ronan), protagonista di questo mélo d’epoca diretto da John Crowley e sceneggiato da Nick Hornby che dopo i passaggi al Sundance Festival e a Toronto è sbarcato al 33esimo Torino Film Festival, in attesa di un prevedibile successo nelle sale.

Fa specie vedere questo racconto di formazione incentrato su una giovane migrante alla scoperta del Sogno americano, in un momento in cui chi cerca una vita migliore in un Paese più ricco suscita dibattiti e proteste xenofobe. Considerazioni socio-politiche a parte, Brooklyn ha tutte le carte in regola per conquistare il grande pubblico. Il bildungsroman di Eilis, che ha l’innocenza e gli occhioni azzurri dell’irlandesissima Ronan (radiosa, intensa, semplicemente perfetta), fa leva sui buoni sentimenti e sulle classiche dinamiche da feuilleton. I dialoghi di Hornby, ahimè, alternano un’ironia pungente e frizzante a tocchi di melensità decisamente fastidiosa, mentre la regia del poco originale Crowley (autore di Intermission) acuisce questo senso di sdolcinatezza, con estenuanti ralenti, toni edificanti e lacrime facili. In tutto questo, va comunque lodato il buon cast, che conta nomi come Jim Broadbent, Domhnall Gleeson e Julie Walters.

Da sottolineare la cura minuziosa nel comparto tecnico, dalla fotografia pastello deliziosamente rétro di Yves Bélanger ai meravigliosi abiti Fifties che sono una gioia per gli occhi di tutte le fashion addicted. Anche questo aspetto rischia però di trasformarsi in un difetto: perché, nella sua bellezza visiva, Brooklyn è talmente patinato che finisce col sembrare terribilmente artificioso.

Voto: 2/4

 

 

A SIMPLE GOODBYE di Degena Yun (2015)

Opera seconda della regista cinese Degena Yun, questo delicata e tuttavia irrisolta pellicola è stata presentata in concorso al TFF. Film esplicitamente semiautobiografico (la Yun lo dedica al padre), racconta l’incomunicabilità all’interno di un famiglia spezzata e riunitasi per far fronte alla malattia terminale del patriarca. Divorato dal cancro e alle prese con una distruttiva quando ormai inutile chemioterapia, questi è assistito dalla ex moglie distratta e isterica e da una figlia problematica che ha abbandonato gli studi in Inghilterra ed è divisa tra una relazione tormentata e la tentazione di futili amori virtuali via chat.

Lodevole nella capacità d’introspezione psicologica, A Simple Goodbye colpisce certamente per il realismo con cui riesce a raccontare senza fronzoli né retorica l’aridità affettiva contemporanea, attraverso personaggi che sembrano aver seppellito i propri sentimenti sotto coltri di frustrazioni, errori, risentimenti. Il lento cammino verso la morte si fa così dolente catarsi sia per il capofamiglia, che cerca un senso nella riscoperta nostalgica delle sue radici e della sua giovinezza (è un ex cineasta e attore, proprio come il genitore della regista), che per la figlia – voce narrante e vera protagonista – alle prese con un non meno sofferto percorso per uscire dalla sua inquietudine esistenziale.

Se molti spunti sono interessanti (su tutti l’ossessione tipica del mondo di oggi verso smartphone e mondo virtuale, come rifugio per sfuggire alle difficoltà dei legami interpersonali), la Yun non riesce però mai a colpire né a emozionare davvero e finisce con il gettare nel calderone di una storia con troppa carne al fuoco elementi che finiscono con l’essere trascurati o dimenticati (la relazione online della ragazza, il rapporto madre-figlia). A Simple Goodbye si rivela così un’opera che non decolla mai, nonostante i buoni dialoghi e le intense interpretazioni. Uno scarno melodramma intimista che, al termine della visione, lascia insoddisfatti e con un po’ di amaro in bocca.

Voto: 2/4