THE DANISH GIRL di Tom Hooper (2015)

 

Copenhagen, anni Venti. Il pittore Einar Wegener (Eddie Redmayne), profondamente legato alla moglie Gerda (Alicia Vikander), comincia a nutrire dubbi sulla propria identità sessuale dal momento in cui posa, vestito in abiti femminili, per la consorte. L’iniziale patto di complicità tra la coppia si incrina con l’avanzare della consapevolezza, da parte dell’uomo, di essere nato in un corpo sbagliato: Einar, deciso a cambiare vita, diverrà Lili Elbe, tra i primi a intraprendere la difficile via della trasformazione in donna.

Un film dalle ottime potenzialità, quello di Tom Hooper, almeno sulla carta: presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, ispirato alla vera storia di Lili Elbe (tra i primi transessuali noti al mondo) e sceneggiato da Lucinda Coxon (che attinge alle pagine del romanzo La danese di David Ebershoff), The Danish Girl mira, apparentemente, all’impatto e al coinvolgimento spettatoriale nei confronti di una vicenda decisamente moderna (nel nuovo millennio, il termine transgender è più che mai attuale). Ma qualcosa stride in sottofondo, rendendo ostica la visione: l’estrema perfezione formale che permea l’opera si fa estenuante con il passare dei minuti, soffocando quasi del tutto l’impianto emozionale ed empatico.

L’iter di rinascita del protagonista diventa così occasione per un puro sfoggio di tecnica: confezione senza dubbio abbagliante (la fotografia di Danny Cohen, che sembra voler ricreare le attitudini artistiche e pittoriche dei personaggi; la colonna sonora di Alexandre Desplat, candidata a un Golden Globe) e sviluppo coerente, ma il tutto risulta abbozzato e a tratti caricaturale, in un melodramma che di drammatico, in fin dei conti, veicola poco. Il che, dato il tema di base, è piuttosto grave. E le caratterizzazioni dei personaggi oscillano tra la forzatura (lo stesso Einar, assai poco sfumato rispetto alle premesse) e il bozzetto frettoloso (Ben Whishaw nel ruolo di Henrik, aspirante pretendente di Lili, la cui figura avrebbe potuto essere ben più strutturata).

Molta forma, poco contenuto; e il concetto vale, in parte, anche per le interpretazioni di un cast altalenante. Se Alicia Vikander sorprende e commuove grazie a una prova dolente e misurata, delude Eddie Redmayne (non troppo meritatamente candidato, al contrario della collega, al premio Oscar come miglior attore protagonista), intrappolato in un meccanicismo che si riduce a smorfie e mossette troppo telefonate per apparire credibili.

Voto: 2/4