The Echo Chamber, la recensione del film di Andrea Pallaoro

di Francesco Pozzo

Certi film, dai festival di cinema, non dovrebbero mai passarci. Quanto discutibile può essere, dunque, un’edizione in cui un film del genere entra addirittura nella selezione ufficiale del concorso?

Sembra quasi uno scherzo.

Questo The Echo Chamber è furbescamente (direi cinicamente) tratto da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci rimasta inedita (e incompleta) dopo la sua morte. Si vede: due persone, una stanza, il mondo fuori; il dolore, la dipendenza, l’angoscia, lo spettro aleggiante della morte. Ma nella realtà dei fatti, il solo accostare il nome di un tale genio, maestro, poeta (e profeta: basti rivedere oggi Il conformista per levarsi ogni dubbio) di quest’arte a un simile misfire rasenta la blasfemia.

È una faccenda ingloriosa: perché questo è certamente un film imbarazzante, amatoriale, povero, goffo, che prova che il concetto di noia non è – soltanto – una questione soggettiva (mai visti così tanti sventurati abbandonare una sala in così breve tempo: saggia e invidiabile scelta).

Il problema, qui, è tutto di regia. Il mondo si divide infatti in due tipologie di registi: quelli che sanno fare il cinema (i cineasti, appunto), e quelli che non lo sanno fare: e Andrea Pallaoro rientra a pieno di diritto e senz’alcuna possibilità di fraintendimento fra i secondi: ché qui dentro non solo non sono rintracciabili una seppur minima idea di cinema, di sguardo, di spazialità (!), di profondità di campo, di forma (che è, ovviamente, il contenuto), di capacità di inquadrare e illuminare volti, corpi, superfici, oggetti – e quindi di sondare, in una parola, l’invisibile -, non un singolo gesto, scambio dialettico o accadimento di fatti che paia autentico o anche solo possibile nel mondo in cui ci è dato di vivere: no: qui si commette addirittura l’inammissibile peccato di sprecare una leggenda come Susan Sarandon e un’attrice sensibile come Alicia Vikander affidando loro battute (che è poi l’ultima cosa che si guarda in un film: priorità che spetta sempre, naturalmente, a quanto elencato poc’anzi, e Bertolucci lo sapeva benissimo) che suscitano solo, inevitabilmente, un selvaggio e avvilente ridicolo involontario.

E mi pesa molto dover parlare male di un film che vede notevolmente coinvolto Luca Marinelli, che è un attore – chiaramente non madrelingua: un problema, se si sceglie di girare un film in lingua inglese, anche se il personaggio inglese non è – eccezionale, volto ed occhi cinegenici, penetranti, meravigliosi, da divo anni sessanta, rimasto questa volta intrappolato in un film indegno del suo nome e della sua arte (e se penso che due anni fa, qui a Venezia, veniva presentato quel folgorante capolavoro che è M – Il figlio del secolo mi vien male).

Soltanto una battuta è possibile salvare in cotanto scempio presentato nel canonicamente pretestuoso 4:3 che ci si attende da questi prodotti: il solo e unico momento di verità in mezzo a tale inerte, sfibrante e catatonica paccottiglia che nulla ha a che vedere col cinema e con un festival prestigiosissimo, elettrizzante e popolare nell’accezione più alta e nobile del termine com’è questo: “Non prendermi per stronzo, ma fatico ad addormentarmi con qualcuno a fianco”. Sapessi noi, a non addormentarci davanti a certi film, caro Andrea Pallaoro.

Penoso.

Voto:★/☆☆☆☆