The Flash di Andy Muschietti, la recensione

A cura di Francesco Pozzo

Se si dovesse stilare un elenco di tutto ciò che non funziona nell’usurato genere del cinecomic, questo grandissimo guazzabuglio kitsch che è The Flash potrebbe tranquillamente incapsulare tutto. Il fan service, cioè l’accontentare ad ogni costo i numerosissimi seguaci allevati a strizzatine d’occhio somministrandogli esattamente quello che vogliono (esplosioni, combattimenti sfibranti e sciapi, scazzottate gommose, camei, inani autocitazioni, umorismo infantile, altri camei), ormai è chiaro (come se non fosse ovvio alla base!), è la morte del cinema. E non è neanche questione di bello o brutto, ma del fatto che si è ormai giunti ad un punto di saturazione e scipitezza tale da non saper più nemmeno cosa scrivere (ma ci proveremo comunque).

È l’era dei multiversi (concetto, fondandosi sul sovvertimento d’ogni logica e offrendo possibilità suppergiù infinite, intrinsecamente privo di qualunque dimensione di suspense o rischio): dunque, seguendo il sentiero tracciato da Spider-Man: No Way Home (già marchetta macina-miliardi discretamente patetica ma quantomeno più simpatica), la Warner Bros. ci prova, ancora una volta, nell’estremo tentativo di ripartire da zero resettando completamente il cosiddetto Snyderverse – ovverosia i danni e gli errori commessi da Zack Snyder e da chi ha scelto Snyder in primo luogo, sovvenzionando la scelta fra il cretino e il pazzoide di imbastire con due soli film ciò che i Marvel Sudios hanno costruito meticolosamente e con successo per anni – riallacciandosi disperatamente alle trame aliene del mediocrissimo Man of Steel (primo film dell’era Snyder: quando uno non sa più dove andare a pescare…) e riesumando pigramente e un po’ ridicolmente persino il Batman mai eccelso di Michael Keaton, quello di Ben Affleck (che continua a prestarsi con somma ignavia giusto per arrotondare il conto in banca) e molto altro (non faremo spoiler, ma sfido chiunque a sorprendersi per qualunque cosa): scelte che fino a qualche anno fa non sarebbero state forse neppure lontanamente ipotizzabili, ma che appaiono oggi quasi forzose, quando non scontate e fuori luogo, oltre a infondere un inevitabile senso di tristezza se ripensiamo – com’è ovvio – ai blockbuster venati di malinconia profonda di Tim Burton, dove la magia non era ancora completamente fagocitata dall’effetto e dall’ammiccamento meta più sterile e pianificato (e che ridere non veder ricomparire, fra tutti i Superman che il film mette in scena, quello fondamentale e da cui prende teoricamente il via tutto del legnosissimo Henry Cavill, ovviamente per ragioni di contratto in seguito ai burrascosi dietro le quinte in casa Warner); così come è ben oltre lo stracco, multiverso o meno che si voglia, il viaggio nel tempo ormai vecchio come il cucco, le cui sole premesse generano immediatamente un genuino senso di noia sconfortante.

Assumendo ancora una volta le sembianze di un imbarazzante mega trailer (à la Fast X, per intenderci: titolo assolutamente paradigmatico circa l’avengersizzazione dominante), The Flash è un oggetto così stanco, incolore, prevedibile, riciclato e profondamente non cinematografico nella forma e nella sostanza – oltreché palesemente figlio di mille cuochi e davvero troppi rimaneggiamenti logistici – da non poter esser minimamente preso sul serio: un progetto nato vecchio che arriva buon ultimo dopo dozzine di prodotti analoghi e spesso migliori. E anche volendo mettercisi (con un bello sforzo), gli effetti speciali oscillano fra il mediocre e il pessimo, la regia è anonima a dir poco (stiamo parlando dell’Andy Muschietti del già agghiacciante e commercialissimo It: che potevamo aspettarci?), cosette come la fotografia (per dire) sempre più standardizzate e modeste, gli sviluppi sciatti, generici, telefonatissimi, Ezra Miller sarebbe anche un bravo attore ma pare in confusione perenne presumibilmente per ragioni che sarebbero dovute rimanere private e sulle quali è meglio sorvolare, e in generale vige un senso di svogliatezza che è francamente allarmante, e che dovrebbe far riflettere.

Se l’obbiettivo è infatti quello di espandere il mondo DC ricominciando, come detto, da zero, con a supervisione del disegno generale quel James Gunn che è riuscito a definire forse più improvvidamente che furbamente questo film come uno dei più grandi cinecomics mai fatti (andiamo veramente bene), ci si chiede seriamente se questo universo dalle risorse potenzialmente elevatissime sarà mai in grado di decollare concretamente sostanziandosi in qualcosa se non di esaltante quantomeno di discreto o vagamente originale, sincero, interessante. Specialmente in un panorama cinematografico in cui i cinefumetti adulti, sempre di proprietà DC Comics ma sviluppati “indipendentemente” – Joker, The Batman e via dicendo -, continuano a far faville e a conseguire risultati artistici e commerciali ottimi o eccelsi perché incentrati sull’umano e su una serietà, una conoscenza del mezzo (e della sua storia) e un rispetto per il pubblico e per il cinema che un lavoro come questo, figlio del calcolo, creato cinicamente in laboratorio seguendo manovre completamente avulse al processo artistico, non può inerentemente possedere (tu guarda: sarà mica che il pubblico non è poi così sciocco, di bocca buona e scarsamente intelligente come le case di produzione si ostinano a raccontarsi?).

Poi va bene, la sequenza finale sarà anche simpatica e a suo modo… imprevista: ma davvero possiamo accontentarci di così poco?

Grande perplessità.

Voto: 1/4