The Holdovers – Lezioni di vita di Alexander Payne, la recensione

di Valeria Morini

Sono sempre impegnati in un viaggio, reale e/o dentro se stessi, i protagonisti dei film di Alexander Payne. Un tema che impregna film come Sideways, The Descendants e Nebraska, e che è presente anche in The Holdovers, diviso in una prima parte letteralmente in unità di luogo – tra le mura di un prestigioso liceo americano all’inizio degli anni 70 – e in una seconda che vede i protagonisti lasciare l’interno – rassicurante ma anche soffocante – per spostarsi prima in altri spazi attigui e poi iniziare un percorso on the road.

Il viaggio che davvero Payne vuole raccontarci inizia ovviamente prima ed è la curiosa evoluzione del rapporto tra Paul Hunham, un burbero e misantropo professore di antichità tanto severo e rigido da essere detestato da alunni e colleghi (Paul Giamatti, che torna a lavorare con il regista dopo Sideways), e Angus Tully, uno studente promettente ma ribelle con una storia famigliare travagliata.

Nelle vacanze di Natale, Hunham è costretto a sorvegliare gli studenti impossibilitati a tornare a casa, ma varie vicissitudini fanno sì che nel collegio restino soltanto Hunham, Tully e Mary Lamb (Da’Vine Joy Randolph), cuoca che ha appena perso il figlio in Vietnam. Tre solitudini, provenienti da mondi differenti, che si ritrovano a farsi reciprocamente compagnia, tra conflitti che esplodono e affetti che nascono in una sorta di “famiglia surrogata”.

The Holdovers è rivestito di un’estetica gradevolmente vintage, con grafiche anni 70 nei titoli di testa che sembrano portarci direttamente indietro nel tempo: in un’altra epoca, in un’altra adolescenza, in un altro cinema (tra Il grande freddo, L’attimo fuggente, Hal Ashby e Mike Nichols). Sullo sfondo sentiamo Silver Joy di Damien Jurado che è del 2014 ma potrebbe essere benissimo stata scritta nei Seventies (il resto della colonna sonora è un bellissimo mix di pezzi d’epoca, da The Wind di Cat Stevens a The Time Has Come Today dei Chambers Brothers, e di tradizionali canti natalizi).

Questo calarsi in modo perfetto nella ricostruzione d’epoca, dai dettagli all’atmosfera, non toglie modernità a un film che parla di rapporti umani e di crescita con una delicatezza e una passionalità che confermano Payne, qui coadiuvato dallo sceneggiatore David Hemingson, uno degli autori più maturi e coerenti del cinema americano contemporaneo.

The Holdovers si prende tutto il tempo per raccontarci l’evolversi del legame tra i protagonisti, le rispettive fragilità, l’avvicinamento (ma anche i numerosi momenti di collisione) fra tre persone che per motivi diversi sono privi di famiglia. Lungo le oltre due ore di durata (leggermente eccessive), la pellicola mette molta carne al fuoco e il coming of age si intreccia all’elaborazione del lutto e alla critica all’ipocrisia borghese.

Payne ci regala un film non sempre perfetto ma pieno di cuore, disincantato e rassicurante al tempo stesso, caldo come il fuoco di un caminetto in un giorno d’inverno. Un film di Natale a tutti gli effetti, anche se diverso dalle solite commedie zuccherose. Il plauso va necessariamente anche al comparto attori: se Giamatti si conferma interprete notevole con una performance da Oscar, il giovane esordiente Dominic Sessa è davvero bravissimo, un volto da tenere decisamente d’occhio.

Voto: 3/4