The Last Showgirl di Gia Coppola, la recensione del film con Pamela Anderson

In un’America che torna prepotentemente su posizioni maschiliste e patriarcali, per lo meno il cinema si sta interrogando in modo critico su certi cliché che intrappolano la condizione femminile e in particolare sullo stigma che circonda le donne non più giovani. Dopo la riflessione mutuata attraverso il body horror di The Substance, in cui Demi Moore si è rimessa in gioco a 62 anni, The Last Showgirl di Gia Coppola con Pamela Anderson ne è in un certo senso il controcanto in chiave drama. La tematica è dunque calda e molto discussa, peccato che siano mancati i riconoscimenti a livello istituzionale: la Moore ha clamorosamente perso l’Oscar (guarda caso, a favore della più giovane Mikey Madison), mentre la Anderson non è stata neppure stata candidata, peraltro come pure Nicole Kidman in Babygirl (meno riuscito ma anch’esso incentrato su una donna di mezza età e in parte sul suo rapporto con l’invecchiamento).

Come nel caso del film di Coralie Fargeat per la Moore, The Last Showgirl è una rinascita artistica per l’attrice lanciata come vero e proprio sex symbol da Baywatch, e al contempo una coraggiosa autoriflessione sul tempo che passa e su una carriera in declino da anni. Parallelamente alla Elisabeth di The Substance, anche Shelley è una star sul viale del tramonto: ballerina di uno storico show di Las Vegas destinato a chiudere, ha sempre posto il suo corpo e la sua sensualità al centro della propria carriera e ora l’avanzare degli anni le presenta il conto.

Prossima a un inevitabile stop, alle prese con il complicato rapporto con la figlia (Billie Lourd, che nella realtà è a sua volta figlia di Carrie Fisher e nipote di Debbie Reynolds), Shelley è un’anima pura perduta in una Las Vegas che la nipote di Francis Ford Coppola, al suo terzo film dopo Palo Alto e Mainstream, ci mostra nel suo lato più decadente e malinconico. Una città delle fiabe di plastica, tra lustrini e statue kitsch, emblema di fasti passati e di un presente squallido dove il corpo femminile diventa inutile dopo il trascorrere degli anni e la sensualità è semplice mercificazione.

Siamo in una sorta di rivisitazione di The Wrestler (là era Mickey Rourke a specchiarsi audacemente in un corpo invecchiato e in una carriera in agonia, anche in quel caso privato della gioia dell’Oscar), giocata però in sottrazione. Gia Coppola non ha la potenza di Darren Aronofsky e The Last Showgirl è senza dubbio meno risolto sul piano della psicologia dei caratteri, ma la nostalgia di fondo e la bellezza delle immagini (evidente l’influenza di zia Sofia Coppola) lo rendono un film interessante, cui peraltro si può tracciare anche un parallelo con Anora, a conferma che il fallimento dell’American Dream e l’edonismo sfrenato sono temi centrali del cinema indipendente americano.

La vera ragione d’essere del film è però soprattutto l’intensa interpretazione di Pamela Anderson, che guarda al suo passato di pin up girl e mette il cuore e tutta se stessa in un personaggio fragile e dolcissimo, ancorato all’illusione di essere una delle “ultime vere showgirl americane” e di conservare arte e bellezza in mezzo alla volgarità (vedi la convinzione che il suo spettacolo, Le Razzle Dazzle, sia erede della tradizione parigina e non uno show come tutti gli altri). Al suo fianco, troviamo una magnifica Jamie Lee Curtis e un tenero Dave Bautista che mostrano la loro disperata umanità in un tripudio di glitter, abbronzature posticce, rughe, erotismo a buon mercato e desolazione.

Voto: ★★½/☆☆☆☆