The Quiet Girl di Colm Bairéad, la recensione

THE QUIET GIRL (Colm Bairéad) • Sale della Comunità

L’accostamento di The Quiet Girl, di Colm Bairéad, con la “nostra” Arminuta di Giuseppe Bonito (dal romanzo di Donatella di Pietrantonio) è un assist talmente ovvio e immediato che a parte una breve riflessione (lieve come un battito di ali), non intendiamo dilungarci troppo su analogie o divergenze. Tra i vari elementi, ce n’è uno interessante e iconico degno di nota, in entrambi i film: “l’abito buono”, indossato a inizio e fine pellicola, un simulacro che si trasforma in marca, un alter ego, che per la proprietà transitiva, diventa specchio della condizione e dell’animo delle due protagoniste. Entrambe, in un percorso parallelo e contrario, si trovano a fare i conti con il mondo ingiusto, e imperfetto dei grandi e si muovono, con intermittente equilibrio, tra solitudine e trascuratezza , accudimento ed emancipazione in un mondo di adulti inadeguati, o non titolati, se non per breve tempo, ad accudirle. Ma ”l’abito buono” diventa anche metafora di un luogo che viene abbandonato, quello dell’infanzia, attraverso un’evoluzione complessa e dolorosa che inscrive la storia delle due bambine nel dramma di formazione.

The Quiet Girl, tratto dal romanzo Foster di claire Keegan, e candidato tra l’altro agli Oscar 2023 come miglior film in lingua straniera (parlato tutto in lingua gaelica), narra la storia di Cáit, (Catherine Clinch) ragazzina di una famiglia umile, che viene mandata un mese in campagna, presso una lontana cugina della madre, prima dell’inizio della scuola e della nascita dell’ultimogenito della sua numerosa e problematica famiglia. Cáit è una bambina mite, attenta e silenziosa, dai grandissimi occhi blu, lasciata appassire dall’incuria del padre e dalla stanchezza della madre. Lentamente, grazie alle cure amorevoli di Eibhlín Kinsella (Carrie Crowley) e del marito Séan (Andrew Bennett), torna a rifiorire. In questo rapporto dolcissimo con Eibhlín, però, Cait, invece che trovare una sua identità, diventa strumento, suo malgrado, del bisogno della donna (ancora straziata dal suo doloroso segreto) di offrire ed elargire attenzioni e accudimento. E’ utile a questo punto reintrodurre la metafora dell’abito e della sua funzione identitaria: per colpa infatti del padre cialtrone e menefreghista, Cáit rimasta senza abiti, è costretta ad indossare presso i Kinsella i vestiti di qualcun altro, di un fantasma, diventandone in qualche modo emanazione vivente. Sarà solo Séan Kinsella, all’inizio distaccato e ostile, a scoprire e stimolare il vero potenziale della bambina, spingendola a superare i suoi limiti e insegnandole in modo schietto e genuino ad aver cura degli animali e delle persone.

E soprattutto comprandole un abito da bambina, scelto da lei, le offrirà, forse con la giusta “stoffa”, la sua più vera identità. Questo le consentirà di emanciparsi ed esprimere i suoi sentimenti in un finale aperto, da un lato cupo e doloroso, dall’altro emozionante e commovente fino alle lacrime.

Voto: 3/4

Mirta Tealdi