The Smashing Machine di Benny Safdie, la recensione

di Giulia Pugliese

I personaggi dei film di Benny Safdie si riconoscono per le loro zone d’ombra, sono degli inguaribili romantici e credono in sogni irraggiungibili. Mark Kerr è un campione, un bravo ragazzo e anche un tossico, è un lottatore e allo stesso tempo è sensibile e facile al pianto. Il protagonista di The Smashing Machine è un uomo pieno di contraddizioni e paure, ed è in qualche maniera l’anti-eroe perfetto per il regista, perché scardina gli stereotipi legati al mondo della lotta e agli sportivi che la praticano.

L’opera è meno estrosa e strana di Diamanti grezzi o Good Time, è più centrata sulla messa in scena di un film sportivo, di cui però non prende mai le connotazioni: lo spettatore vede Mark Kerr allenarsi e farsi i suoi frullati, ma queste preparazioni atletiche non sono così centrali per il film; quello che viene messo al centro è la contraddizione e le fragilità di un uomo con le sue debolezze, anche se è l’uomo forte per eccellenza, il lottatore. Se lo stesso film fosse stato fatto qualche anno fa, quando ancora la tematica uomo – donna era ricca di stereotipi, quando lo sportivo era un modello e un esempio da seguire, non sarebbe stata possibile la storia di un campione così vulnerabile, sensibile e fragile. In qualche forma Martin Scorsese aveva toccato il tema con Toro scatenato, mostrandoci un uomo vittima di se stesso e delle sue insicurezze. Con il protagonista di The Smashing Machine è in parte lo stesso, ma c’è una maggiore presa di coscienza dei propri comportamenti e proviamo maggiore empatia per lui, non è un personaggi negativo come Jake La Motta.

Il regista rende la sua regia più sobria rispetto ai film precedenti in funzione dei suoi personaggi poco sobri e di un’attrice che è una grande conferma come Emily Blunt, nel ruolo della fidanzata-mamma Dawn di Mark Kerr, che però è una donna piena di contraddizioni: vuole accudire il suo uomo, tuttavia sembra non capire quello che va bene per lui, spesso gli rema contro, si lasciano, poi si riprendono, senza che nessuno dei due riesca a chiudere una storia che sembra logorare entrambi.

La grande scoperta del film è Dwayne “The Rock” Johnson, in un ruolo drammatico e travagliato, quello di un uomo che è terrorizzato dalla sconfitta e che, quando ne subisce una, va in pezzi.

Il mondo della lotta, che nel film non è così centrale nonostante la presenza di atleti di quello sport, diventa il pretesto per parlare di quanto sia difficile essere un vincente, non tanto nello sport, ma nella vita, e che a volte, per avere una vita piena e gratificante, bisogna anche non andare bene. Su tutto il film aleggia lo spettro della tossicodipendenza di Mark Kerr; come in Diamanti grezzi, il tema delle dipendenze è centrale. Il lottatore vive delle sue dipendenze: il rapporto con Dawn, il suo sport che gli dà l’adrenalina e il colmare la tristezza con gli oppioidi. Ma Mark Kerr è anche un brav’uomo, è gentile con tutti: si preoccupa per i suoi avversari feriti ed è affettuoso con la sua fidanzata. Il cinema di Benny Safdie, come non mai con The Smashing Machine, gioca con gli stereotipi che l’uomo comune ha su un lottatore, un uomo che pratica la lotta libera, ma anche sulla tossicodipendenza del personaggio. Ci parla anche del sogno americano e di un vero eroe americano pieno di contraddizioni, in una nazione bigotta che manda i suoi atleti a combattere all’estero per far finta di essere più pulita e che si copre gli occhi per non vedere il problema della dipendenza dagli oppiacei.

The Smashing Machine non è un film sullo sport in senso stretto, è una biografia di un anti-eroe per cui proviamo simpatia, che è in chiara contrapposizione con i personaggi ideali dello sport. È un film che lavora sugli stereotipi dello spettatore, su quello che sembra e quello che è davvero, come il personaggio centrale, e trova in Dwayne “The Rock” Johnson l’interprete giusto per la sua storia. Ex wrestler e quindi conoscitore di quel mondo, con la sua fisicità e la sua maturità artistica era da tanto che aspettava un film così per dimostrare di essere di più di un wrestler prestato al grande schermo. Benny Safdie riesce a dosare la sua pazzia per mettersi al servizio di una storia americana, di due bravi interpreti e di grandi scene di combattimento.

The Smashing Machine è un grande film sugli Stati Uniti di oggi, anche se ambientato nel passato, ed è un film abbastanza tradizionale con una regia fluida e dinamica, che si basa sulla storia di un pioniere non perfetto e su un riscatto che arriva solo dentro di lui. Non è “momenti di gloria”, ma la consapevolezza di se stessi.

Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra di Venezia 2025.

Voto: ★★½/☆☆☆☆