The Substance di Coralie Fargeat, la recensione: l’horror è donna

di Giulia Pugliese

Quando nel 2021 al Festival di Cannes, dove ancora si avvertivano gli effetti della pandemia, vince la Palma d’Oro il body horror Titane di Julia Ducournau, incoronato e forse compreso solo dal presidente di giuria Spike Lee, la critica internazionale accoglie questa premiazione con scetticismo e in maniera frastornata. All’epoca non si era capito che qualcosa stava cambiando nel cinema in generale e nella filmografia francese. A distanza di tre anni, sempre al Festival di Cannes, The Substance vince la Palma per la miglior sceneggiatura originale, segnando la ribalta del body horror al femminile che assume tinte autoriali.

Il body horror, nato con la paura delle mutazioni nucleari negli anni ’50 e ’60 e attingendo ad alcuni aspetti dell’espressionismo tedesco, trova la sua massima espressione negli anni ’80 e ’90 con David Cronenberg, intrecciandosi al timore per la tecnologia, la distopia e l’epidemia dell’AIDS, passando poi per il filone giapponese di Shinya Tsukamoto con Tetsuo: l’uomo d’acciaio. Se negli anni ’80 e ’90 questi sembravano temi avanguardistici, oggi, quando ormai l’uomo è fuso con la tecnologia (anche se non in maniera corporale) e i cambiamenti fisici come chirurgia estetica, tatuaggi e piercing sono all’ordine del giorno, queste riflessioni appaiono più reali, più concrete e contemporanee.

The Substance esplora il mito dell’eterna bellezza, strettamente legato alla giovinezza, richiamando Il ritratto di Dorian Gray (nel film sono presenti vari ritratti fotografici), Frankenstein, il body horror e un’estetizzazione dell’immagine quasi televisiva.

I colori acidi sparati, i primissimi piani in grandangolo quasi in fish-eye, la musica techno e il citazionismo fanno di The Substance un pacchetto moderno e un’esperienza totalizzante, che però non aggiunge nulla di realmente nuovo. Infatti, è necessario concentrarsi sulla messa in scena più che sul messaggio per trovarlo interessante.

La storia è quella di Elizabeth Sparkle (Demi Moore), che dopo anni come attrice e conduttrice di programmi di fitness viene mandata in pensione proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno dal suo capo Harvey (interpretato da un viscido Dennis Quaid). Se questa decisione ci sembra ingiusta, appare però anche poco credibile che arrivi all’improvviso, senza nessun preavviso. Inoltre, mentre i vari Brad Pitt o Tom Cruise sono considerati sexy a 60 anni, è vero che non interpretano più i ruoli di quando avevano 30 anni. Forse, se la società non considera sexy le cinquantenni, c’è un problema culturale, ma si potrebbe puntare sulla recitazione, sulla produzione e sulla creazione di una carriera, senza che siano sempre gli uomini a decidere.

Il dramma di Elizabeth arriva forte e si riesce a empatizzare con lei grazie alla messa in scena totalizzante; tuttavia, tutto ciò che accade dopo sembra esagerato, grottesco e crudele. A Elizabeth viene data la possibilità di ringiovanire e diventare Sue (Margaret Qualley) per sempre, rispettando alcune condizioni. Ma il gioco del film sta proprio nel fatto che lei si fa prendere la mano. Il doppio, che però è uno (il film lo ripete spesso: “Tu sei unica, tutto deriva da te”), vive una conflittualità e una perdita di identità legata a queste mutazioni. Alla fine, il desiderio di piacere agli altri e lo sguardo che gli altri hanno su di lei diventano una droga per Elizabeth-Sue. Ed è su questa ossessione che il film riesce a incatenarsi efficacemente, perché ne è la chiave centrale.

Il finale, legato a una mostruosità corporale, perde però di valore se paragonato alla mostruosità umana e sociale. È esagerato e prolisso, facendo perdere mordente al film, anche se l’aspetto del mostro conferisce un certo interesse. Se invece il finale fosse legato alla scoperta che Sue è in realtà Elizabeth, sarebbe stato un colpo di scena più drammatico e meno grottesco, rendendo tutti più colpevoli.

Il film è un grande contenitore di riflessioni derivanti dal movimento #MeToo. Tuttavia, per essere un film femminista, deresponsabilizza le donne, che trovano come unica risposta il piegarsi alle regole imposte dagli uomini. L’opera, però, riesce davvero a sentire il dolore della sua protagonista, che non riesce più a guardarsi allo specchio e accettare sé stessa. Solo dopo diverse mutazioni tornerà a piacersi per com’era prima, ma ormai sarà troppo tardi. Tra le righe, il film ci invita ad accettarci. L’opera, pienamente femminista, rappresenta gli uomini come macchiette, a tratti realistiche, se pensiamo al produttore o al vicino di casa.

The Substance non dice nulla di nuovo, ma il modo in cui lo dice lo rende unico: modernizza e porta i contenuti del nuovo femminismo nel body horror croneneberghiano, ed è questo che lo rende estremamente piacevole, conturbante, perturbante e provocatorio.

Voto: ★★½/☆☆☆☆