Trieste Science+Fiction Festival: la recensione di IMMORTAL

 

Una storia visionaria, ma dai problemi umani. Ana Lauzer (Belén Blanco) parte da Roma e ritorna a Buenos Aires per l’eredità del padre recentemente scomparso. Fotografa pragmatica vorrebbe subito risolvere tutte le questioni burocratiche irrisolte, quando decide di confrontarsi con il Dottor Benedetti responsabile del dilapidare del patrimonio paterno. Scoprendo delle ricerche scientifiche al limite del paranormale, vuole indagare per smascherarlo insieme all’ingegnera che dirige l’azienda.

Fernando Spiner, famoso regista argentino che ha vinto diversi premi internazionali soprattutto con il film del 1998 La sonnambula, presenta al Trieste Science+Fiction Festival una nuova storia ambientata nella capitale della sua madrepatria dimostrandosi un regista capace anche tramite a degli effetti speciali riusciti di andare Oltre, verso il mondo di coloro che non ci sono più.

La tematica di base di Immortal è quindi molto interessante, il film parte in sordina per poi esplodere soprattutto nella seconda parte con diverse piste narrative legate a quella centrale del rapporto fra i vivi e i morti e la necessità di andare avanti, ma nel percorso forse un po’ si perde. Indubbiamente il film è interessante e lodevole, eppure manca di una forza incisiva definitiva, quella vera capacità di avvincere lo spettatore, forse dovuto alle non eccellenti dote attoriali della protagonista. La pellicola si guarda, forse, anche grazie alla non eccessiva lunghezza, che permette di osservare quanto accade e rimanerne un po’ avvinti, ma di sicuro non incide nella memoria, pur avendo una tematica tanto spessa.

Particolare e scelta oculata è la volontà di non avere una vera colonna sonora: la pellicola si basa quasi unicamente sui rumori di Buenos Aires in contrapposizione al neo creato mondo, Leteo, dove domina un assordante silenzio.

In conclusione il film merita di essere visto, ma non è propriamente da non perdere.

Voto: 2/4