UGLY di Anurag Kashyap (2013)

Arriva da Festa mobile, sezione particolarmente ricca di perle, una delle più entusiasmanti sorprese di questo 31˚ TFF. Parliamo di Ugly, pellicola di nazionalità indiana diretta da Anurag Kashyap. Ovvero, il regista, tra l’altro, del torrenziale Gangs of Wasseypur (2012), monumentale epopea che attraversa cinquant’anni di storia della criminalità organizzata hindi e ha riscosso un enorme successo di critica e pubblico.

Dimenticate lo stile tradizionale del prolifico studio system bollywoodiano, tutto lustrini, amori fiabeschi ed estenuanti intermezzi musicali. Kashyap pesca a piene mani dallo stile americano e butta alle ortiche tutta la tradizionale (e talvolta ipocrita) pruderie della produzione mainstream nazionale: ma, nello stesso tempo, fa cinema d’Autore con la A maiuscola e prende a pugni lo stomaco dello spettatore come solo in Oriente sanno fare. Con Ugly, ci vomita in faccia un’istantanea devastante e annichilente della società contemporanea indiana: laida, corrotta, putrescente, dove sembra davvero difficile scorgere un barlume di speranza.

Il kidnapping che muove le fila della storia rende il film un mix di poliziesco, thriller e action: la piccola Kali, malauguratamente lasciata sola in macchina dal padre, scompare misteriosamente. La polizia, guidata da un ufficiale che è anche patrigno della bambina, si scatena nella ricerca, annaspando tra le pieghe di un mondo marcio dove povertà estrema e consumismo sfrenato convivono senza soluzione di continuità.

Al centro del film, un’umanità resa sempre più cinica e insensibile dal culto del dio denaro e della faccia più sporca del capitalismo e del boom asiatico: dalla madre depressa al padre mediocre aspirante attore, dagli amici e parenti doppiogiochisti ai poliziotti ottusi e violenti.

Kashyap costruisce una sequela infinita di colpi di scena e un labirinto narrativo così ingarbugliato da far perdere la testa. Elementi di genere come l’indagine poliziesca o la rapina e scelte stilistiche come il ralenti o l’uso sapiente della musica pop sono strumenti con cui il regista affronta temi quali l’ossessione per il controllo sull’altro, il desiderio di celebrità o ricchezza (sull’onda del mito occidentale), la disumanizzazione nei rapporti sentimentali e familiari. Non si salva nessuno in questo fosco dramma, e forse il tirannico e paranoico capo della polizia non è nemmeno la figura più negativa.

Cast strepitoso (immenso Rahul Bhat nel ruolo del padre, ma bravi anche gli altri), ritmo incalzante, regia abile e matura: davvero un autore da tenere d’occhio.

 

Voto: 3,5/4