UN CASTELLO IN ITALIA di Valeria Bruni Tedeschi (2013)

Locandina Un castello in ItaliaValeria Bruni Tedeschi alla sua terza opera da regista dopo E’ più facile per un cammello (2003) e Actrices (2007), ha portato in concorso all’ultimo Festival di Cannes una storia familiare dal sapore autobiografico, mettendo in scena le vicende di una famiglia altolocata che durante gli anni di piombo si è dovuta trasferire in Francia, trovandosi ora a dovere gestire la vendita di un magnifico castello in Italia (da qui il titolo). Sullo sfondo irromperanno storie d’amore tormentate, malattie, rapporti sociali, che porteranno i personaggi a confrontarsi con le proprie fragilità.

 

 

Se la trama poteva far presagire a un film intimo e delicato, il risultato purtroppo non è neanche avvicinabile alle più rosee aspettative: la sorella della ex première dame imbastisce un coacervo di situazioni macchiettistiche, affrontando temi importanti come la crisi delle relazioni umane e il desiderio di maternità in modo superficiale e maldestramente sopra le righe, tanto che in molte sequenze si tocca il comico involontario (vedere per credere la scena in cui la protagonista si avvinghia a una sedia perché la superstizione napoletana dice che aumenti la fertilità). Ma il vero e proprio tasto dolente è l’aspetto della recitazione: se già i personaggi sono tratteggiati dalla Bruni Tedeschi con leggerezza al limite del bozzetto, gli attori che ne prestano le fattezze sono inadeguati. Su tutti un Filippo Timi completamente fuori parte, eccessivo e a tratti insopportabile, che sembra ormai aver perso lo slancio che caratterizzava i suoi primi ruoli. Dulcis in fundo, se le intenzioni della regista erano quelle di omaggiare la sua terra natia, la rappresentazione che offre dell’Italia e del Meridione in particolare, è da cartolina turistica zeppa di luoghi comuni e stereotipi.

Un film del quale non si sentiva il bisogno e che ha certamente “vinto” la Palma di peggior titolo visto in concorso quest’anno sulla croisette.

 

Voto: 1/4