Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, la recensione

di Riccardo Tanco

Bobby Ferguson (Leonardo DiCaprio) è un uomo che vive nascosto dalla società assieme alla figlia adolescente Willa (Chase Infiniti) e che 16 anni prima agiva da rivoluzionario e come membro di un gruppo anti sistema noto come French 75. Quando però lo spietato colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), un uomo legato al passato di Bobby, va alla ricerca di Willa con l’intento di rapirla, il padre dovrà affrontare una complicata epopea per salvarle la vita.

Quattro anni dopo l’atipica commedia romantica Licorice Pizza, Paul Thomas Anderson torna dietro la macchina da presa per il decimo film della sua carriera da regista con Una battaglia dopo l’altra. Liberamente ispirato al romanzo Vineland dello scrittore americano Thomas Pynchon e sceneggiato dallo stesso Anderson, il film conta su un cast di all star composto da Leonardo DiCaprio, Sean Penn e Benicio Del Toro. Oltre che la partecipazione di Regina Hall (la nota Brenda della saga parodia horror Scary Movie) e dell’attrice e cantante Teyana Taylor.

Quello che si può subito dire per Una battaglia dopo l’altra è di trovarsi di fronte ad un’opera ambiziosa, interessante e che mette dentro tante cose nelle sue quasi tre ore di durata. E nel corso della sua ormai trentennale carriera, Paul Thomas Anderson ha pienamente dimostrato di sapere costruire film in grado di dire molto e con uno stile riconoscibile, che ha permesso al regista di produrre alcuni dei film americani più riusciti degli ultimi anni come Il Petroliere (2007) o The Master (2012), fino a un gioiello sottovalutato come Il filo nascosto (2017).

Una battaglia dopo l’altra è un Anderson diverso e che propone un film che ha tante anime e tanti toni dentro sé stesso. Un mix di generi che sulla struttura di un thriller d’azione concitato, unisce elementi di dramma e tracce di commedia con un’ironia speciale tra l’assurdo e il malinconico. Un Anderson differente, ma totalmente inserito in quello che è ormai il suo sguardo dietro la macchina da presa.

La regia formalmente solida e soprattutto vorticosa di Anderson rende Una battaglia dopo l’altra una specie di viaggio sulle montagne russe dal punto di vista visivo. Nessun volo pindarico, nessun effetto speciale o artifizi. Ma davvero un vortice dove è giusto perdersi in un film agitato ma non frenetico e che pare la giusta cornice per quello che viene raccontato: un viaggio/lotta di un uomo in guerra con il proprio passato e in missione per salvare la figlia. In questo senso il ritmo martellante dato dalla colonna sonora firmata da Johnny Greenwood (alla collaborazione numero sei con PTA), sembra una scelta estremamente coerente.

Ma cosa è Una battaglia dopo l’altra? È un film particolare, che sicuramente non ha la grandezza e l’impatto delle cose migliori del regista, ma che dietro alla superficie di un’opera catalogabile anche come commedia d’azione cela qualcosa di più importante nelle sue intenzioni. La sceneggiatura dipinge un film amaro sull’utopia della rivoluzione e sull’impossibilità di cambiare le cose nel verso giusto, su come la realtà possa far abbandonare sogni sociali e personali. È questo, ma anche un altro ritratto per nulla benevolo sulle contraddizioni dell’America.

Un Paese che ancora deve fare a patti con alcune colpe ancestrali e storiche e che le nasconde dietro gruppi segreti ed elitari, o che se non le nasconde allora le imprigiona. In questo senso l’archetipo militare interpretato da Sean Penn è un esempio di scrittura molto efficace. Un personaggio cattivo quanto debole, che rinnega sé stesso per convenienza e appunto si nasconde.

In Una battaglia dopo l’altra il mosaico umano di personaggi è ampio, ma ovviamente quasi tutto è sorretto da un istrionico Leonardo DiCaprio, che conferma la sua versatilità. L’attore Premio Oscar dipinge un uomo la cui vita ha tolto quasi tutto: dagli ideali, agli affetti e che deve tornare a lottare anche col proprio passato per proteggere l’unica cosa che gli è rimasta e a differenza del suo contraltare Colonnello Lockjaw, non si vuole nascondere. Un film non politico ma più legato alle persone e ai rapporti e che sembra dire: se non si può combattere per il mondo, allora si deve combattere per sé stessi.

Voto: ★★★/☆☆☆☆