VENEZIA 2018: AT ETERNITY’S GATE – La recensione

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A ventidue anni da Basquiat (1996), suo esordio dietro la macchina da presa, Julian Schnabel torna a misurarsi con l’arte, scegliendo di ritrarne uno dei volti più passionali e controversi: Vincent van Gogh, interpretato da Willem Dafoe.

«Nessuno vuole appartenere a una generazione che ignora un altro van Gogh»: è una delle battute più emblematiche del film dedicato al pittore e graffitista di Brooklyn a sancire l’indissolubile legame tra i destini di Basquiat e van Gogh, entrambi geni incompresi, anime inquiete, rivoluzionari immortali.

Se con Basquiat Schnabel si era mantenuto entro i canoni del classico biopic, con At Eternity’s Gate (il titolo si rifà a una delle opere dell’artista olandese), il regista opta per una rappresentazione maggiormente pittorica, mirata a restituire il furore (artistico e psichico) del personaggio e dei suoi processi creativi. Nel ritrarre van Gogh/Dafoe, la macchina da presa alterna movimenti nervosi e frammentari ad altri più distesi, come a voler riflettere l’instabilità emotiva del soggetto indagato. Scelta indubbiamente interessante, ma non sempre ben calibrata all’interno della rappresentazione. Inoltre, privilegiando la componente estetico-cromatica (la quasi totalità delle immagini è costruita su tonalità giallo-ocra, colore preferito da van Gogh), l’opera di Schnabel, seppur suggestiva, si rende colpevole di un’eccessiva artificiosità, oltre che di un’evidente approssimazione dal punto di vista narrativo-dialogico. A pagarne le spese è soprattutto il Paul Gauguin di Oscar Isaac, ridotto a un’insipida macchietta: un ritratto indegno e superficiale considerato l’intimo e contrastato rapporto di amicizia che realmente lo vide unito a van Gogh. Curiosa la scelta di rappresentare la morte di quest’ultimo aderendo alla teoria (non accolta dalla comunità accademica) secondo la quale non sarebbe morto suicida, ma ucciso da un colpo di pistola sparato accidentalmente da due ragazzi: “salvando” il pittore dalla morte reale, Schnabel vuole forse offrire un’ulteriore, suggestiva metafora dell’immortalità dell’arte e del suo creatore?

Presentato in concorso alla 75. Mostra del Cinema di Venezia.

 

 Voto: 2/4