Venezia 71: da Peter Bogdanovich a Benoît Jacquot e David Gordon Green

Shes-Funny-that-Way-posterSHE’S FUNNY THAT WAY di Peter Bogdanovich (2014)

Scritto da Sara Barbieri

Dopo 13 anni di assenza dal grande schermo e alcune regie dedicate alle serie televisive, torna Peter Bogdanovich, indimenticabile autore di opere del calibro di L’ultimo spettacolo e Dietro la maschera, che presenta fuori concorso a Venezia 71 il suo She’s Funny that Way, dichiarato omaggio alla sophisticated comedy di classica memoria. La vicenda ruota intorno alla prostituta Isabella detta Izzy (Imogen Poots), aspirante attrice con il mito di Audrey Hepburn e romantica ottimista contro ogni evidenza. L’incontro con Arnold (Owen Wilson), regista teatrale sotto mentite spoglie, provocherà una serie di catastrofici equivoci, risolti dall’immancabile happy ending. Una girandola di personaggi e di situazioni screwball, dialoghi scoppiettanti e ritmo sostenuto: Bogdanovich, con l’intento dichiarato di far ridere il pubblico senza troppe pretese autoriali, mette un scena un innocuo ma frizzante divertissement, alleniano fino al midollo (l’amore per New York trasuda da ogni inquadratura) e colmo di divertite e divertenti citazioni. Certo non un capolavoro, She’s Funny That Way riesce comunque nell’intento di rilassare lo spettatore, stupendolo con un cameo finale davvero inaspettato. Cast (soprattutto femminile) in gran forma, con la scatenata Imogen Poots e un’esilarante Jennifer Aniston nei panni della nevrotica e saccente Jane. Owen Wilson è sottotono, intrappolato in un personaggio, nato da Midnight in Paris, che mostra decisamente la corda.

Voto: 2,5/4

3 COEURS di Benoît Jacquot (2014)

Scritto da Sara Barbieri

Una partenza fulminante (Birdmandi Alejandro Gonzalez Inarritu) seguita dal piattume più estremo: il concorso della 71^ edizione del Festival del cinema di Venezia sta inanellando una serie di titoli decisamente poco felici. È il caso del francese 3 Coeurs di Benoît Jacquot: un cast di tutto rispetto (Charlotte Gainsbourg, Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve) non riesce a risollevare le sorti di un film scialbo e insensato. La vicenda ruota intorno alle peripezie sentimentali di Marc (Benoît Poelvoorde), che si innamora di Sylvie (Charlotte Gainsbourg) ma sposa la di lei sorella Sophie (Chiara Mastroianni); la nascita di un figlio non impedirà un inopportuno ritorno di fiamma. Jacquot vorrebbe riflettere sulla forza dei sentimenti, le contraddizioni familiari e la casualità dell’esistenza ma riesce solo ad annoiare e a risultare involontariamente comico (non mancano sequenze demenziali: è il caso del risibile prefinale), collezionando incongruenze e sfruttando maldestramente le potenzialità degli interpreti. Poelvoorde, già visto in La rançon de la gloire di Xavier Beauvois, è spaesato in un ruolo poco adatto alla sua mimica comica, Chiara Mastrianni è lagnosa, legnosa e monocorde, Catherine Deneuve si impegna ben poco. L’unica a salvarsi è Charlotte Gainsbourg.

Voto: 1/4

 

MANGLEHORN di David Gordon Green (2014)

Scritto da Valeria Morini

Sempre in concorso a Venezia 71, torna un autore ormai habitué del festival, presente per il secondo anno consecutivo dopo l’interessante Joe visto nell’edizione 2013. David Gordon Green, regista texano classe 1975 che ha sempre bilanciato la sua cinematografia tra pellicole squisitamente mainstream e goderecce (Strafumati, Lo spaventapassere) e ambizioni autoriali (il discreto Prince Avalanche, lo stesso Joe), porta al Lido un’opera che si pone sulla scia del predecessore. Ovvero, mette in scena ancora una volta il ritratto di un antieroe tormentato e borderline e il suo percorso di redenzione da un’esistenza anaffettiva, utilizzando una grande star hollywoodiana che cerca di rilanciare la propria carriera (là era Nicolas Cage, qui Al Pacino). Peccato che, stavolta, la ciambella sia riuscita decisamente senza buco. Per tutti i 97 minuti in cui seguiamo la vicenda del fabbro Angelo Manglehorn (Pacino), anima solitaria in perenne disagio esistenziale che si strugge per amore di una donna abbandonata quarant’anni prima, si ha la sensazione che il film giri a vuoto come un disco rotto. I dialoghi (scritti dal giovane Paul Logan) sono sconclusionati quando non miseramente ridicoli e non riescono peraltro a chiarire le autentiche motivazioni che stanno dietro all’asocialità del protagonista. L’irrisolto rapporto padre-figlio con il personaggio del pur bravo Chris Messina è trattato con una superficialità disarmante e la presenza costante della donna amata e rimpianta, che vediamo solo sfuggevolmente in fotografia, è un pretesto che sfiora lo stucchevole, per non parlare della co-protagonista femminile interpretata da una Holly Hunter assolutamente sprecata. Quanto alla performance di Pacino, per quanto tenti di essere intensa e mimetica, è inficiata dai limiti della sceneggiatura e di una regia piatta e incapace di valorizzare la presenza della grande star (che fu). E tacciamo di due o tre sequenze (tra cui il finale) che vorrebbero essere poetiche e creative, ma finiscono col rivelarsi solo imbarazzanti. In definitiva, un film inutile: la sua presenza in concorso resta un mistero.

 

Voto: 1,5/4