Venezia 71: LA RANÇON DE LA GLOIRE di Xavier Beauvois e IN THE BASEMENT di Ulrich Seidl

LA RANÇON DE LA GLOIRE di Xavier Beauvois (2014)

LA-RANCON-DE-LA-GLOIREIl concorso della 71ª Mostra del Cinema di Venezia prosegue con il francese La rançon de la gloire di Xavier Beauvois (veterano delle manifestazioni festivaliere e vincitore di importanti premi a Cannes). Ispirato a fatti realmente accaduti nel dicembre/gennaio del 1977, il film racconta le disavventure del belga Eddy (Benoît Poelvoorde) e dell’algerino Osman (Roschdy Zem), emigrati in Svizzera; le disastrose condizioni economiche e i problemi di salute della moglie del secondo li porteranno a trafugare il cadavere di Charlie Chaplin, appena scomparso, e a chiedere un riscatto di un milione di dollari. Con prevedibili e tragicomiche conseguenze.

Un film dalle potenzialità sprecate, che poteva aprirsi a squarci di poesia decisamente più coraggiosi (dato lo straordinario e simbolico punto di riferimento costituito dalla figura di Charlie Chaplin) ma che sceglie invece di adagiarsi su una narrazione piatta e prevedibile. Tra inutili lungaggini, tempi morti e una sceneggiatura altalenante, Beauvois non riesce a fornire un quadro fluido e definito, restituendo una sensazione di incompiutezza e (con)fondendo in maniera stonata il registro comico con quello drammatico. Spiccano, in ogni caso, in un cast eterogeneo (una trascurabile Chiara Mastroianni affiancata a Peter Coyote), le interpretazioni dei due protagonisti, improbabili e maldestri “ladri di cadaveri”, e alcune sequenze che omaggiano apertamente il cinema di Chaplin (tra cui la splendida chiusura, evidente riferimento a Il circo, 1928): quando il maestro, direttamente o indirettamente, appare sul grande schermo, scatta una scintilla. E la magia, anche se solo per pochi attimi, vive ancora.

Voto: 2/4

 

IN THE BASEMENT di Ulrich Seidl (2014)in the basement

Ulrich Seidl torna a Venezia presentando fuori concorso In the Basement, discutibile operazione di stampo pseudo documentaristico che, nelle intenzioni del regista, vorrebbe tentare di rappresentare la desolazione umana in tutto il suo squallore. Affrontando storie di quotidiano degrado (una donna mentalmente disturbata che accudisce bambole come fossero bambini, un anziano alcolista nostalgico del Terzo Reich, una coppia con preoccupanti tendenze sadomaso), Seidl dimostra una totale mancanza di sensibilità e di consapevolezza.

Al di là delle pretestuose scelte stilistiche (il cosiddetto “documentario” che ostenta immagini asettiche e geometriche) e degli arroganti simbolismi (le cantine del titolo metaforizzerebbero le derive oscure dell’anima), ciò che risulta moralmente inaccettabile è lo sguardo sprezzante attraverso il quale vengono giudicati i personaggi. Nessuna empatia, solo uno spiacevole disagio (che a tratti diventa disgusto) da parte dello spettatore nell’osservare l’inutile sequela di nefandezze, rese ancor più insopportabili dal tentativo di spingere il pedale del grottesco.

Regista eccessivo e volutamente sgradevole, Seidl aveva inaspettatamente tirato il freno a mano in Paradise: Hope (2013), regalando una delle opere più delicate della sua filmografia. A quanto pare, un caso destinato a rimanere isolato.

Voto: 1/4