Venezia 79, la recensione di The Banshees of Inisherin con Colin Farrell e Brendan Gleeson

The Banshees of Inisherin”, un film cupo e appassionante che merita il  palmarès - Il Sole 24 ORE

A cinque anni da quando presentò il suo pluripremiato Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il regista Martin McDonagh torna alla Mostra di Venezia con The Banshees of Inisherin, uno dei film più intensi e originali di questa edizione del festival. Dall’America rurale del precedente lavoro si passa all’Irlanda, terra di origine del regista britannico che ha scelto di girare nei luoghi di famiglia, dove trascorreva le vacanze. Per il ruolo dei due protagonisti, ha invece pensato di riunire dopo 14 anni Colin Farrell e Brendan Gleeson, che già aveva diretto insieme nel suo secondo film In Bruges.

I Banshees di cui parla il titolo sono spiritelli femminili della mitologia irlandese, portatori di lamenti e di predizioni di morte, mentre Inisherin è in realtà Inishmore, una delle isole Aran. Siamo nel 1923 e, mentre la guerra civile successiva all’indipendenza d’Irlanda è solo una presenza lontana segnalata dai rumori dei bombardamenti oltremare, il rapporto dei due fraterni amici Pádraic (Farrell) e Colm (Gleeson) improvvisamente si rompe. Il motivo? Colm è semplicemente stanco di passare del tempo con Pádraic, che non si dà pace per questa decisione e innesca una serie di circostanze assurde e persino drammatiche.

Sullo sfondo di un paesaggio suggestivo dove natura e mondo animale hanno un ruolo importante, McDonagh ci racconta di un mondo ancestrale e quasi primitivo, un universo provinciale chiuso e isolato in cui emerge un’umanità genuina quanto bizzarra e un legame viscerale con le antiche tradizioni. Un bromance alla rovescia quello di Pádraic e Colm, un’amicizia maschile come forse non è mai stata raccontata al cinema, che involve in un climax talmente straniante e surreale che risulterebbe incomprensibile se non fosse per la strepitosa sceneggiatura di McDonagh. The Banshees of Inisherin è un film di dialoghi brillanti ma anche di pause e contemplazione, costantemente segnato dal nichilismo e dall’ombra della morte eppure colmo di umorismo.

Sono ottimi i comprimari Barry Keoghan e Kerry Condon, ma il cuore del film sono un sorprendente Farrell, probabilmente alla sua migliore interpretazione, e il sempre straordinario Gleeson, attore che sarebbe piaciuto tantissimo a John Ford (e questa Irlanda è un po’ la versione meno edenica e idealizzata di quella di Un uomo tranquillo). La tenerezza e l’ingenuità del primo, tra i più bei personaggi maschili visti ultimamente, fa da contraltare alla rudezza del secondo che nasconde una profonda depressione (da notare come quest’ultimo tema sia trattato in modo decisamente singolare). Un film insolito e con momenti bellissimi, di profondo lirismo.

Voto: 3/4