Venezia 83: Vile Maschio
di Giulia Pugliese
Lo scandalo di questa edizione si compie ancora prima del suo inizio, una sola donna in concorso. In realtà, mai come questa edizione di Venezia ha raccontato la crisi dell’uomo, come maschio, partendo dal documentario di apertura della sezione Orizzonti, Too Much Sugar di Robert Greene, dove il protagonista, che ha più figli con più donne, si trova a riconsiderare che modello di uomo mostra ai suoi figli maschi e femmine e come ha trattato le donne in passato, una riflessione sulla mascolinità che porta a coinvolgere più uomini di diverse età. Gli uomini del film sono dei veri maschi, lavorano nell’edilizia, sono pieni di tatuaggi e muscoli, praticano sport di contatto, quindi viene da chiedersi: è la fine del maschio come lo consideriamo?
Il Concorso ufficiale è pieno di uomini in crisi: in Company di Casey Affleck, un anziano, interpretato da Nick Nolte, racconta il rimpianto per non aver cresciuto sua figlia e un ragazzo più giovane, che ha il volto di Atticus Affleck, nel film che è incentrato sulla capacità dello storytelling come curativo, non capisce se stesso, prova una rabbia immotivata. L’unico personaggio che sembra comprendere le situazioni ed essere in pace con se stessa è una donna. Uomini distrutti dai fantasmi delle guerre di ieri e di oggi, Mr Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto e A Bit of Light di Ali Asgari, mettono in scena due forme completamente diverse di stress post-traumatico: la prima esplosiva e incontrollata, legata ai propri comportamenti nella guerra del Vietnam, l’altra legata a non aver fatto abbastanza e a un mondo che sembra non cambiare mai. Riusciranno i due protagonisti ad andare avanti?
È un film di guerra anche quello di Marco Bechis, Ritorno a Buenos Aires, che torna a parlare della guerra civile argentina e del Garage Olimpo. Mariano, interpretato da Adriano Giannini, è un uomo che si trova a dover testimoniare sulle torture e gli abusi che ha subito durante il periodo della dittatura di Videla. La crisi è dovuta al racconto di violenze, che il film mette in scena, ma soprattutto al senso di colpa per aver in qualche maniera aiutato gli aguzzini a perpetuare gli abusi, infatti Mariano era all’epoca uno studente di medicina. Il concorso veneziano mette al centro la responsabilità personale verso la Storia con film come Mr Nelson, Did You Kill People?, Ritorno a Buenos Aires, Woman Unknown, Dau, Naza e Bunker. In crisi ci appare anche il fisico di Dau di Ilya Khrzhanovsky, costretto e forse attratto dagli agi del regime a fabbricare la bomba atomica per l’Unione Sovietica. Da giovane si opponeva aspramente a utilizzare la scienza per fini bellici, da vecchio diventa cimelio di un’Urss che non esiste più e uomo di partito, ormai incapace di parlare sorride inebetito. In NAZA di Rachel Szor e Yuval Abraham, la sequela d’interviste a militari israeliani che raccontano il sistema di annientamento della popolazione di Gaza tocca proprio il nervo scoperto della responsabilità personale: “Se non ci fossi stato io, ci sarebbe stato un altro”, dice uno di questi. Bunker di Florian Zeller prende la direzione sbagliata concentrandosi sulla crisi di coppia, quando invece tocca appena il tema reale dei ricchi, dei loro algoritmi che disegnano e conoscono il futuro del pianeta. Javier Bardem è un architetto che deve scegliere se costruire un bunker per un ricco imprenditore del mondo tech, intanto litiga con il vicino che ha una vita meno agiata della sua, per mantenere la sua privacy famigliare, le figlie non mangiano più perché viene perso il gatto di casa, la moglie, Penelope Cruz, gli sembra più distante ed effettivamente è attratta da un giovane scrittore con cui lavora, interpretato da Patrick Schwarzenegger. La crisi personale e politica tutta addosso a lui. Il principale luogo della crisi maschile pare essere la famiglia, il figlio de Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, vessato e osteggiato dalla madre, per essersi allontanato da lei, la coppia di mariti di Possible Love, che sono in preda alle decisioni femminili, così come il padre – sempre Adriano Giannini – de L’estranea di Paolo Strippoli, incapace di fare il bene per la sua famiglia, delegherà tutto alla madre.
In crisi, per motivi sbagliati, anche il personaggio del giustiziere, Chris Hansen, autore televisivo di To Catch a Predator dove immortala con il mezzo televisivo la cattura di pedofili: in Primetime giustizia sommaria, ambizione, rimpianti, ipocrisie e missioni sono più legate al successo che a un reale senso di giustizia. Il discorso della crisi del maschio arriva a essere centrale in film come The Echo Chamber, su un uomo incapace di creare una relazione, di mostrare la propria vulnerabilità e concentrato su se stesso, e Un Peu Avant Minuit, dove Nicolas Pariser costruisce il decalogo dell’uomo in crisi, mettendo al centro le colpe del maschio del passato, colpe sociali (avere intrecciato una relazione con una tirocinante più giovane di lui, non aver ascoltato le ragioni di una sua vecchia fiamma, non aver cresciuto sua figlia e non aver capito sua madre). La politica entra nei sentimenti? Sembra quasi peggio del sistema di distruzione di massa israeliano (!).
Fino alla débâcle finale: la vecchia volpe di Maggie Gyllenhaal ci regala una premiazione, dove il maschio non è contemplato. Una presa di posizione politica contro un’industria dove il mascolino è centrale, una scelta sicuramente politica, ma oggettivamente Woman Unknown è tra i migliori film del concorso, specie se si ama un cinema autoriale, molto attento alla messa in scena, allo stesso tempo sia moderno che legato alla storia del cinema, un cinema che negli Stati Uniti è sempre più centrale con autori come Brady Corbet e Mona Fastvold. Due premi per il film però appaiono immotivati, calcolate le grandi interpretazioni delle protagoniste del film di Hirokazu Koreeda, Look Back, l’interpretazione di Alba Rohrwacher nel film di Brizé, Un bon petit soldat, quella di Vanessa Scalera ne Il fuoco che ti porti dentro, ma soprattutto la prova attoriale delle sorelle Kate Mara e Rooney Maran che è quella a convincere più di tutte.
Per il resto il palmarès è stato molto equilibrato, dando spazio a grandi maestri e grandi film come Lee Chang-dong, che ha fatto un film coraggioso e attuale, che riesce a criticare pesantemente il mondo del cinema, a investigare i rapporti umani e parlare di classi sociali, senza sfoggiare nella cattiveria dei suoi colleghi connazionali, e Stephan Brizé, premiato con il Leone d’oro per la scrittura, che mette a segno l’ennesimo film impressionabilmente chirurgico e umano sul mondo del lavoro, questa volta nella prospettiva di una lavoratrice qualificata costretta a fare il lavoro sporco per la sua azienda ed era ora che, dopo tre film coraggiosi sul lavoro (La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo), una deliziosa e profonda commedia romantica Le occasioni dell’amore, vincesse un premio alla Mostra di Venezia, dopo tanti anni che era rimasto a mani vuote. Avrà giovato della visione al femminile?
Doveroso il premio a Ilya Khrzhanovsky, per la regia, che ha portato a Venezia l’opera della sua vita, un film di 3 ore e un quarto girato in vent’anni, il film riesce a raccogliere la grande storia della cinematografia russa da Tarkovskij a Sokurov ed essere un film sperimentale e nuovo. Usando un linguaggio legato alla videoarte, riesce a mettere insieme il biopic del fisico Lev Landau, detto Dau, al racconto della Russia di oggi. Un cinema sbalorditivo che è quasi più un’esperienza che una visione. Doveroso premiare il documentario NAZA, per riuscire a non silenziare il dissenso in Israele, oltre che è sempre più importante dare spazio al cinema del reale anche nelle premiazioni dei Festival, i documentari sono ormai una parte importante del cinema e dell’industria cinematografica. Per quanto riguarda la Coppa Volpi maschile, John Malkovich non credo che abbia mai avuto reali concorrenti, la sua è stata l’interpretazione migliore del concorso. Come sembra equo premiare il film di Cédric Kahn, 15/18, che parla di un argomento difficile, la vita in un reparto psichiatrico per adolescenti, in maniera delicata ed incisiva, avvalendosi di un gruppo di giovani e sorprendenti attori.
Quest’anno il concorso era pieno di bei film e di autori di grande prestigio e nel palmarès meritava di entrare anche qualcun altro (Mr Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, A Bit of Light di Ali Asgari e Look Back di Hirokazu Koreeda), ma si sa, qualcuno deve vincere, qualcuno deve perdere e spesso chi vince o chi perde dipende da convinzioni o gusto.
In molti criticheranno le scelte della giuria della Mostra del Cinema di quest’anno, ma in un clima dove è difficile parteggiare, prendere delle posizioni (anche viste le numerose dichiarazioni contraddittorie di Alberto Barbera sulla Palestina) e plasmare l’industria cinematografica, avere il coraggio di schierarsi è importante.
