Vita privata di Rebecca Zlotowski, la recensione
di Giulia Pugliese
Il nuovo film di Rebecca Zlotowski pesca a piene mani da tanta filmografia e dal rapporto tra cinema e psicoanalisi. Come in tutti i suoi film, c’è molto interesse per la figura femminile, che non è mai un personaggio scontato o “classico”. Questa volta, tra l’altro, a interpretare la protagonista è Jodie Foster, molto giusta e centrata per il personaggio di una donna fredda, razionale e fintamente dedita al suo lavoro per non affrontare i propri problemi, che improvvisamente ha una vera e propria metamorfosi che non si può spiegare con la razionalità, legata a una seduta di ipnosi.
Il film è tutto una scissione tra razionale e irrazionale, testa e cuore, e psicoanalisi contro ipnosi, che hanno entrambe matrice freudiana: vengono considerate agli opposti, ma per lo psicanalista austriaco erano complementari. Il rapporto tra paziente e terapeuta viene ribaltato: la psicologa è l’oggetto dell’analisi, mentre la paziente, con la morte all’inizio del film, rimane oscura e misteriosa.
La storia è intrigante e con un certo charming nell’uso delle ambientazioni e nella regia e contiene quell’aura dei film francesi, negli spazi e nella musica spesso esegetica, che denota anche una certa ironia con l’uso di Psycho Killer dei Talking Heads e Grazie di Nicola Piovani.
Il film è ricco nell’uso degli spazi, dei molti luoghi e delle tante scale, nelle invenzioni narrative e nel cast veramente ispirato, che va dalla già citata Jodie Foster a Daniel Auteuil, Mathieu Amalric, Virginie Efira e all’eterna collaborazione con Frederick Wiseman, sempre nel ruolo del mentore delle protagoniste di Rebecca Zlotowski.
Ma Vita privata è anche ricco di diversi toni: giallo-thriller, comedy e anche dramma. La parte più riuscita è quella della commedia, che ricorda Misterioso omicidio a Manhattan di Woody Allen, altro regista dedito alla psicoanalisi, anche grazie al fantastico feeling tra Daniel Auteuil e Jodie Foster, che speriamo di rivedere presto sullo schermo assieme.
Ritorna forte il tema della maternità, come ne I figli degli altri, che però nei film della regista è una maternità monca, a volte mancata, a volte non desiderata e, in questo caso, connotata da un’incapacità di reale affetto.
Nel film gli intenti sono buoni e c’è grande armonia tra il cast, ma la sottotrama dell’ipnosi risulta pasticciata: la linea della black comedy e il grande cast bastavano.
La verità è che la parte classica è migliore di quella stravagante, e il personaggio centrale, per quanto ben recitato, risulta a tratti fastidioso e caricaturale. Peccato per una Jodie Foster pazzesca, che in originale recita in francese.
Il film ci chiede di non rimanere fermi in noi stessi, di dare una possibilità all’ignoto e di aprirci all’irrazionale. Però così, di botto, senza senso?
Quello che rimane è un good feeling, ma anche una certa rabbia per un’occasione mancata, perché tutto sembra centrato: con una certa ironia, un ottimo cast e anche una sceneggiatura ben costruita. Il problema è la semplicità con cui gli archi narrativi e la psicologia dei personaggi cambiano da un opposto all’altro, poco in linea con il tema psicoanalitico, come la temperatura del film che passa da glaciale a caldissima.
Alla fine, un po’ come in tutti i film di Rebecca Zlotowski, si rimane intrappolati in una tela di non-senso e scelte irrazionali, che però a volte sono quelle giuste.
Questa volta i sentimenti sono più caldi, ma il racconto è a tratti grottesco: è tutto troppo e troppo in
fretta.
Voto: ★★/☆☆☆☆
