VIJAY – IL MIO AMICO INDIANO di Sam Garbarski (2013)

locandina-vijayPrendiamo una metropoli occidentale al giorno d’oggi e mischiamola a un Fu Mattia Pascal in salsa curry: il regista Sam Garbarski, che ricordiamo per Irina Palm, segue questa ricetta, speziando il più possibile una commedia del grande equivoco iniziale. Il ruolo di Mattia Pascal è di Will Wilder (Moritz Bleibtreu), attore disincantato che trascorre un quarantesimo compleanno d’inferno e sfrutta un generale malinteso per fingersi vittima di un incidente mortale. L’intento però non è scappare: con l’aiuto di un amico indiano, Rad (il Danny Pudi che ci siamo abituati a conoscere come Abed in Community), Will si prepara a impersonare il ruolo più difficile della sua carriera, creando un personaggio indiano, Vijay, e tentando di renderlo credibile per potersi avvicinare alla sua famiglia e spiare dall’esterno le reazioni alla sua presunta morte.

 

Film belga animato da un’idea già sentita, ma che parte con un primo tempo decisamente felice: non sono più le vecchie formule ripetitive, a giocare con forza qua è la leva del protagonista, quel Will Wilder (e forse che si chiami proprio Will, “destino” in inglese, non è un caso) capace di ironizzare e drammatizzare sulla propria esistenza, trasformando il film in una considerazione amareggiata alla soglia della quarantina, quando i sogni cozzano con la realtà e cominciano a infrangersi: non piovono Golden Globe ma travestimenti da Coniglietti della Sfortuna, non è un rapporto di passione sfrenata con la moglie Julia (Patricia Arquette, sempre splendida) e non è la famiglia del Mulino Bianco. Will diventa l’indiano Vijay e riesce in qualcosa che chiunque vorrebbe fare: assistere al proprio funerale. Se poi i registri della commedia contaminano quest’alienata prospettiva di risentimento iniziale e cominciano a giocare con gli equivoci, con un Vijay sempre più presente nella famiglia del “defunto” e alle prese con il suo stesso fantasma, va riconosciuto il merito al regista di non cedere agli espedienti fin troppo facili e banali che la situazione del doppione poteva suggerire. Il problema è che la forza malinconica e catastrofista dell’incipit si perde velocemente, diluita in un secondo tempo di vezzi da bassa commedia e di scelte (prese dai personaggi) poco comprensibili. L’unico vero personaggio in movimento è Will/Vijay, mentre tutti gli altri sembrano giocare alle belle statuine. Insomma, una buona partenza incapace di decollare, per un titolo che non spicca nelle offerte al cinema del periodo.

Voto: 1,5/4

Luca Chiappini