VIZIO DI FORMA di Paul Thomas Anderson (2014)

vizio di formaMolta era l’attesa per l’ultima fatica targata Paul Thomas Anderson, autore geniale e precoce da sempre foriero di opere catalizzanti. Reduce dal criptico e magistrale The Master (2013), il regista statunitense recupera l’ormai attore-feticcio Joaquin Phoenix per adattare l’omonimo romanzo dello scrittore Thomas Pynchon. L’investigatore privato Larry “Doc” Sportello (Phoenix, appunto) viene assunto dall’ex fiamma Shasta Fay Hepworth (Katherine Waterston) per indagare sul miliardario Mickey Wolfmann (Eric Roberts), presumibilmente internato in manicomio dalla moglie Sloane (Serena Scott Thomas). Il caso lo porterà a scontrarsi con una tragicomica realtà.

 

Decisamente difficile trasporre sul grande schermo una delle opere più complesse e labirintiche del grande Pynchon, baluardo della prosa postmoderna, ma Anderson riesce a rispettare lo spirito ironico e irriverente della materia di base creando al tempo qualcosa di completamente suo, in perfetta coerenza con la precedente filmografia. Una critica feroce della Storia, adattata perfettamente allo squallido e meschino reale: la psichedelia dei frenetici anni ’70 e le contraddizioni di una società sull’orlo del collasso (l’amministrazione Nixon, con il suo clima di paranoia e degenerazione morale) rispecchiano la crisi della contemporaneità e la mancata comprensione di una verità ormai irraggiungibile, ma comunque disperatamente inseguita (i movimenti ipnotici e quasi impercettibili di una macchina da presa che tenta un labile avvicinamento, arrivando solo a sfiorare gli snodi focali della vicenda, o delle vicende).

Specchio fedele di lacerazioni insanabili è il protagonista Larry “Doc” Sportello: travolto dagli eventi, armato solo della propria moralità, costretto ad affrontare derive indegne e disgustose, demenziali e grottesche, destinato alla (solo apparente) sconfitta. Un antieroe con il quale l’identificazione, spinta in primis dalla prospettiva registica, è tanto inevitabile quanto necessaria, innanzitutto formalmente; perché è lo stile (meno rigoroso rispetto alle opere precedenti, ma comunque funzionalmente asciutto e simmetrico) a sviscerare l’anima di un film ipnotico, affascinante e, soprattutto, necessario.

Cast in stato di grazia (con menzione d’onore per il protagonista Phoenix, per l’ottimo Josh Brolin, nei panni del bipolare e pericoloso detective “Bigfoot”Bjornsen e per lo straordinario Eric Roberts, che ruba la scena con una manciata di minuti) e confezione impeccabile (fondamentale l’apporto di Jonny Greenwood, autore della splendida colonna sonora).

Voto: 3,5/4