Warfare – Tempo di guerra di Alex Garland e Ray Mendoza, la recensione

di Valeria Morini

Curioso il percorso registico di Alex Garland, regista e sceneggiatore che nei suoi primi film si è approcciato al genere fantascientifico, per poi raccontarci la distopia, inquietantemente verosimile, di una moderna guerra civile americana in Civil War. Ora il regista, continuando a cimentarsi con il genere bellico, approda definitivamente al realismo con Warfare, film diretto insieme al reduce militare (nonché stuntman) Ray Mendoza che ricostruisce un autentico episodio avvenuto in Iraq nel 2006.

Il film si basa sulla testimonianza dello stesso Mendoza: durante l’occupazione americana, un gruppo di Navy Seals in supporto a un’operazione di Marines prende possesso di una casa di Ramadi in territorio nemico e ingaggia un pesante scontro con alcuni insorti. Quando alcuni soldati restano gravemente feriti, la missione si trasforma in un difficilissimo salvataggio.

Warfare è una eccezionale e sorprendente esperienza immersiva e sensoriale in un’azione di guerra ricostruita nei minimi particolari e interamente girata in spazi ridotti. Con un cast privo di star ma formato da volti abbastanza noti (Charles Melton, Cosmo Jarvis, D’Pharaoh Woon-A-Tai che interpreta lo stesso Mendoza, Will Poulter), si pone nel filone dei grandi film di guerra proprio per la sua totale aderenza alla realtà con cui intende mostrarci la giornata di un gruppo di soldati impegnati in un conflitto moderno.

Con il cast chiamato a ricreare nei minimi dettagli il comportamento e l’addestramento dei Seals americani grazie alla consulenza di veri militari, l’episodio viene raccontato esattamente com’è avvenuto, con un lungo prologo privo d’azione che mostra la lunga attesa per poi passare alla cronaca dello scontro a fuoco, girato interamente in tempo reale.

Non è semplice affrontare un film come Warfare, con i suoi dialoghi densi di termini tecnici militari come CASEVAC (evacuazione urgente di feriti) o “show of force” (il passaggio a bassa quota di un jet ad alta velocità). L’immersione intensiva in un’azione di guerra non crea peraltro un “effetto videogame”, quanto l’idea di trovarsi, più che in in un film, in un documentario o in un reportage giornalistico che ti trascina direttamente all’interno dell’esperienza bellica, fatta di tensione, attese e orrore più che di sparatorie. Un ruolo fondamentale è giocato dall’eccezionale lavoro sul sonoro (dalle esplosioni alle urla dei feriti), che rende Warfare, più che una visione, un’experience, da vivere assolutamente su grande schermo e in lingua originale.

Non ultimo, bisogna parlare del valore politico del film. Per quanto sia fortissimo il legame con i veri soldati protagonisti della vicenda che hanno collaborato in modo attivo alla lavorazione, il ritratto dell’interventismo americano è quanto meno impietoso: vedere soldati che sostanzialmente causano la distruzione di un’abitazione civile dopo averne in pratica preso in ostaggio gli abitanti rende l’idea di un imperialismo militare tendente a esportare democrazia e valori con la forza. Un concetto peraltro attuale a 19 anni dai fatti raccontati.

Voto: ★★½/☆☆☆☆